Un metro interessante dell'assurda miopia e superficialità con cui viene trattato il tema dell'informazione, e della sua necessaria libertà e indipendenza, è dato da come viene affrontata la sua questione più spinosa e delicata, quella dei limiti entro cui tale libertà e indipendenza potrebbe o secondo alcuni dovrebbe attenersi di fronte a una presunta "sicurezza nazionale", spesso non si sa bene invocata da chi.
Su questo sono stati scritti libri a tonnellate e siccome non ne ho letto neanche uno, ma soprattutto visto che in Italia questo è un argomento che fa molto male, per adesso sorvoliamo e prendiamo gli Stati Uniti e il Rwanda.
Il confronto tra i due stati appare a una prima occhiata come impari e scontato e la differenza appare netta visto che il Rwanda è classificato "partly free" dall'autorevole (?) "Freedom house", che invece, ça va sans dire, assegna agli USA un "free" pieno. In effetti il confronto è impari ma tutt'altro che scontato.
Il primo infatti priva un eroe del pacifismo e della trasparenza nell'informazione, Bradley Manning, dei suoi diritti fondamentali con una reclusione che dura da circa 1000 giorni, in attesa di un processo (che però è iniziato solo ieri!) in cui gli contesteranno 24 capi d'accusa (Manning si e dichiarato colpevole di 10, tra i quali non c'è il più grave, aver "aiutato il nemico"). E qui mi viene naturale chiedere cosa pensa l'americano medio di una carcerazione preventiva di 3 anni o più?
Il Rwanda si è da poco dotato di una tra le più avanzate leggi in materia che al primo articolo recita: «La presente legge permette al pubblico e ai cittadini di accedere all’informazione detenuta dagli organismi pubblici ed alcuni organismi privati» e si aggiudica gioco, partita e incontro.
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