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mercoledì 4 gennaio 2017

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

Di cosa vogliamo parlare oggi?

Di elettrosmog o di Siria? Delle banche italiane o di quanto si stia meglio in germania? Di terremoti o di legge elettorale? Di quanto ci abbia sferzato l'inflazione - e infatti ora che siamo in deflazione si sta bene - o di quel far west chiamato internet? Della paura, di un parcheggio o del lavoro?
O riaffermiamo che «La menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo»?

Parlare non basta, è necessario andare avanti, confrontare le idee per prendere solo quelle che servono a risolvere i problemi e svilupparle.
Ciascuno di noi, per quanto può, deve cercare di andare alla sostanza delle questioni, non compete a nessun altro, non abbiamo nulla da perdere. Anzi

Spero che PPP mi perdoni per questa piccola selezione, provo grande disagio a subire l'enorme flusso di comunicazioni incrociate in cui però manca sempre un reale dialogo, dove non si riesce ad avere un vero confronto neanche quando ve ne sarebbe un forte bisogno e sarebbe atteso da tutti, si riesce invece solo a schernire, interrompere, ridicolizzare e distrarre sia chi ne sa di più, sia chi vorrebbe ascoltare per poi scegliere.

Sento allora l'esigenza di rileggere la parte più ignorata, ma forse più stimolante, del celebre "romanzo delle stragi", per scoprire che il problema è ancora e sempre questo, forse allora era solo il fare i nomi di colpevoli, mandanti e responsabili, oggi vi si è aggiunto quello di parlare veramente dei fatti, delle questioni, dei processi non solo storici ma anche economici e sociali che abbiamo sotto gli occhi. Parlarne apertamente, mostrare alla gente come stanno le cose, dare loro tutti gli strumenti per analizzare la realtà e poi avere fiducia nella loro libera scelta.

Io [...] sono [...] uno [...] che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri [...] sappiano ciò che so io [...] perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo [...] non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione [anzi,] probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. 
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E lo faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

mercoledì 2 luglio 2014

Il nostro paese bloccato: un primo esempio

Il magistrato e blogger Alessio Liberati - in un silenzio distratto da altre cose più importanti come gli 80 euro, la preparazione della nazionale per il mondiale, il solito tira e molla su riforme istituzionali, la riforma della pubblica amministrazione, la riforma dell'universo mondo - ha proposto l'abolizione della giustizia amministrativa, definendola addirittura necessaria.


Certo, una cosetta da nulla per chi si vuole sbarazzare del Senato e del rischio di esserne sfiduciato, ma è potenzialmente un argomento trasversale, che può piacere a tutti per i motivi che lo stesso Liberati elenca: sarebbe una semplificazione istituzionale che porterebbe a un utilizzo più efficiente delle risorse e a una migliore diffusione delle competenze che invece corrono il rischio di restare patrimonio esclusivo di nicchie di privilegio - come del resto è sempre stato finora, ma visto che adesso tutti parlano di cambiamento, ci permettiamo qualche illusione.

Si avrebbe magari una giustizia complessivamente meno lenta, un considerevole risparmio di risorse non solo economiche e si farebbe così contenti sia i fan della spending review sia chi lamenta una giustizia troppo lenta.

Ce n'è pure per gli "anticasta", grazie ai riferimenti sui vari privilegi e conflitti di interesse che vedono protagonisti di primo piano moltissimi magistrati amministrativi.
Infine ce n'è anche per quei due o tre che ancora e davvero credono ci sia una questione morale in questo paese.


Dunque perché questa proposta non conquista le prime pagine dei quotidiani, né la ribalta del dibattito politico così da scoprirne anche i contro?
Perché oltre ad avere lati gustosi per quasi tutti i palati, pesta anche e pesantemente i calli di pochi ma potenti, non esattamente santi e magari con indosso grembiulini, anche se vige un espresso divieto per i magistrati amministrativi di appartenere a logge massoniche!


Oggi, visto il fiorire, come a primavera ma da una terra avvelenata, delle vicende corruttive appena emerse in materia di appalti pubblici, il Liberati ha colpito ancora, chiamatelo Torquemada!

Come molti altri ben più esperti e veloci a stracciarsi le vesti a seguito dello scandalo del giorno, ne trae un quadro di assoluto degrado civile e morale che in ogni modo politica, alti manager e imprenditori cercano di coprire - aiutati, non potrebbe essere altrimenti da un certo modo di 'fare informazione' - una visione immonda che sintetizza efficacemente con 
gli appalti pubblici sono ormai mafia e criminalità.

E non a caso cita il codice degli appalti che viene ormai indicato come uno strumento inadeguato e inefficiente a garantire la legalità negli appalti.
Direte, "che c'entra con la magistratura amministrativa?", c'entra eccome, si tratta del cosiddetto 'codice De Lise', scritto da una commissione composta da diversi magistrati amministrativi e presieduta da Pasquale De Lise soprannominato 'il boiardo eterno' visto che è nei 'palazzi' dal 1972 - per gli amici 'Pasqualino sette poltrone' - per anni ha presieduto prima il TAR del Lazio e poi il Consiglio di Stato - organo supremo della giustizia amministrativa, proprio deputato ad assicurare la trasparenza delle pubbliche amministrazioni e l’accesso agli atti di queste ultime, in base alle norme vigenti - e che, specialmente negli ultimi anni, con la presidenza del molto apprezzato, ma un po' 'chiacchierato' De Lise, è stato più volte sfiorato da intercettazioni, scandali e vergogne assortite, entrando anche in contrasto con lo stesso TAR del Lazio.


La visione del Liberati mette in evidenza subito un'incapacità sia strumentale sia culturale da parte della giustizia amministrativa per affrontare e arginare il fenomeno, e ne trae aggiuntive ragioni ai suoi argomenti per abolire la distinzione tra giustizia amministrativa e ordinaria.

Nell'attesa va anche oltre con una proposta per l'immediato, indirizzando al presidente del consiglio la supplica - che potrebbe essere presa per una battuta - di cambiare le competenze di TAR e Consiglio di Stato togliendo loro il sindacato su appalti, urbanistica, autorità 'indipendenti' e classe dirigente pubblica e mandandoli a giudicare controversie sulle multe stradali!!

Sembrerebbe una proposta punitiva e lesiva di una 'maestà' non sbandierata ma certamente esercitata al di fuori di ogni controllo esterno poiché è lo stesso Consiglio di Stato che decide su ricorsi e dispute sul Consiglio di Stato mentre il responsabile titolare dell'azione disciplinare nei confronti dei magistrati amministrativi è il presidente del consiglio - e non il ministro della giustizia, come per i magistrati ordinari, civili e penali! - ma, neanche dopo tutti questi fatti, non risultano iniziative in tal senso, né auspicabili, pressanti, dovute richieste di chiarezza e trasparenza su quest'area grigia, su una ristretta cerchia che esercita un potere enorme, anche se poco conosciuto e visibile, in grado di condizionare pesantemente l'attività dei governi.

Ora si sta forse muovendo qualcosa, di fronte ai sospetti di sentenze vendute nei TAR e nel Consiglio di Stato? Non mi pare, renzi sembra interessato a tutt'altro.
Una delle proposte più efficaci e d'impatto formulate da Giovanni Falcone fu la rotazione delle sezioni di Cassazione e permise la condanna nel 'maxi-processo' che altrimenti, prevedibilmente, sarebbe stato cassato dall'ammazzasentenze, nel Consiglio di Stato ritroviamo un potere decisionale nelle mani di un gruppo anche più ristretto a cui competono le cause su tutti i miliardari appalti italiani.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, cos'altro serve per sentire l'esigenza e mettere in pratica una riforma radicale?
Renzi sarà capace di sbloccare questo paese?
Lo vuole davvero?

mercoledì 5 giugno 2013

Se il Rwanda batte gli USA tanto a poco.

Un metro interessante dell'assurda miopia e superficialità con cui viene trattato il tema dell'informazione, e della sua necessaria libertà e indipendenza, è dato da come viene affrontata la sua questione più spinosa e delicata, quella dei limiti entro cui tale libertà e indipendenza potrebbe o secondo alcuni dovrebbe attenersi di fronte a una presunta "sicurezza nazionale", spesso non si sa bene invocata da chi.

Su questo sono stati scritti libri a tonnellate e siccome non ne ho letto neanche uno, ma soprattutto visto che in Italia questo è un argomento che fa molto male, per adesso sorvoliamo e prendiamo gli Stati Uniti e il Rwanda.
Il confronto tra i due stati appare a una prima occhiata come impari e scontato e la differenza appare netta visto che il Rwanda è classificato "partly free" dall'autorevole (?) "Freedom house", che invece, ça va sans dire, assegna agli USA un "free" pieno. In effetti il confronto è impari ma tutt'altro che scontato.

Il primo infatti priva un eroe del pacifismo e della trasparenza nell'informazione, Bradley Manning, dei suoi diritti fondamentali con una reclusione che dura da circa 1000 giorni, in attesa di un processo (che però è iniziato solo ieri!) in cui gli contesteranno 24 capi d'accusa (Manning si e dichiarato colpevole di 10, tra i quali non c'è il più grave, aver "aiutato il nemico"). E qui mi viene naturale chiedere cosa pensa l'americano medio di una carcerazione preventiva di 3 anni o più?

Il Rwanda si è da poco dotato di una tra le più avanzate leggi in materia che al primo articolo recita: «La presente legge permette al pubblico e ai cittadini di accedere all’informazione detenuta dagli organismi pubblici ed alcuni organismi privati» e si aggiudica gioco, partita e incontro.