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mercoledì 4 gennaio 2017

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

Di cosa vogliamo parlare oggi?

Di elettrosmog o di Siria? Delle banche italiane o di quanto si stia meglio in germania? Di terremoti o di legge elettorale? Di quanto ci abbia sferzato l'inflazione - e infatti ora che siamo in deflazione si sta bene - o di quel far west chiamato internet? Della paura, di un parcheggio o del lavoro?
O riaffermiamo che «La menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo»?

Parlare non basta, è necessario andare avanti, confrontare le idee per prendere solo quelle che servono a risolvere i problemi e svilupparle.
Ciascuno di noi, per quanto può, deve cercare di andare alla sostanza delle questioni, non compete a nessun altro, non abbiamo nulla da perdere. Anzi

Spero che PPP mi perdoni per questa piccola selezione, provo grande disagio a subire l'enorme flusso di comunicazioni incrociate in cui però manca sempre un reale dialogo, dove non si riesce ad avere un vero confronto neanche quando ve ne sarebbe un forte bisogno e sarebbe atteso da tutti, si riesce invece solo a schernire, interrompere, ridicolizzare e distrarre sia chi ne sa di più, sia chi vorrebbe ascoltare per poi scegliere.

Sento allora l'esigenza di rileggere la parte più ignorata, ma forse più stimolante, del celebre "romanzo delle stragi", per scoprire che il problema è ancora e sempre questo, forse allora era solo il fare i nomi di colpevoli, mandanti e responsabili, oggi vi si è aggiunto quello di parlare veramente dei fatti, delle questioni, dei processi non solo storici ma anche economici e sociali che abbiamo sotto gli occhi. Parlarne apertamente, mostrare alla gente come stanno le cose, dare loro tutti gli strumenti per analizzare la realtà e poi avere fiducia nella loro libera scelta.

Io [...] sono [...] uno [...] che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri [...] sappiano ciò che so io [...] perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo [...] non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione [anzi,] probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. 
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E lo faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

giovedì 21 maggio 2015

"In Italia su un barcone": sbatti laqualunque in prima pagina

Così titola l'informazione unica riferendosi al ragazzo di 22 anni che avrebbe fornito 'aiuto logistico' per la strage del Bardo a Tunisi avvenuta a marzo.
La notizia è che il presunto 'aiuto attentatore' sarebbe riuscito a penetrare la fortezza europa arrivando in Italia con un barcone!

Da sky, fresco spacciatore di 'notizie' dai maxischermi di roma termini - che però l'altra sera era al tiggi per altre ragioni - ai titoloni delle homepage dei giornali, tutti finalmente concordi nella necessità di regolare questo flusso di migranti intollerabile!

È n'attimo e a me torna in mente il Nigergate. 'E che d'è?' sbotterà l'uomo della strada, questo è!

Ricapitolo velocemente: nel 2003 Saddam dava fastidio come al solito, ma quella vecchia volpe di bush aveva bisogno di dare un segno: la menava già da un po' a quel mega ente inutile che è l'onu e in tutto il mondo, affermando che l'Irak era in possesso di armi di distruzione di massa e pronto ad usarle.
In questo era ovviamente spalleggiato dai soliti lacchè british, ma un contributo fondamentale alla soluzione del fastidio l'abbiamo dato noi.

Si, noi, più precisamente il governo italiano: è stato il sismi - la cui catena di comando arriva direttamente al governo - a creare il casus belli infatti, come ha scritto qui quasi 10 anni fa il compianto Giuseppe D'Avanzo con la precisione e l'acume che sempre l'hanno contraddistinto, "la farina di questo sacco è romana" e il falso dossier che ne venuto fuori è valso una guerra.

Dopo aver fatto il giro di parecchie scrivanie di servizi segreti occidentali (i primi a bollarlo come patacca furono i francesi già intorno al 2000, ma non misero dei manifesti in giro, ovviamente) visto che era una bufala troppo gustosa per lasciarsela scappare, fu limata meglio, pompata a dovere e infine usata durante il suo 'discorso sullo stato dell'unione' del gennaio 2003, sempre dal volpone bush, per sbilanciare l'opinione pubblica mondiale e arrivare, solo due mesi dopo, alla seconda guerra del Golfo.


Tornando all'oggi: qua si aveva un disperato bisogno di spingere un'opinione pubblica che mai come ora cammina sul filo: da una parte sbalestrata da un'impressionante sequela di supposte 'riforme' (qui un molto generoso resoconto di Valigia blu che abbona i ritardi e soprattutto non parla di merito e necessità di tali stravolgimenti, qui un veloce commento sul merito), tanto che comincia ad avvertire le prime serie difficoltà a sedersi e dall'altra parte zombiezzata da una potenza di fuoco disinformativo mai vista prima, riunita perché assolva insieme alla funzione di ciambella, di anestetico e di sciroppo per la tosse (quest'ultimo importantissimo per far considerare più la pagliuzza del travone).

Siccome la propaganda basata sul razzismo - che non striscia più da un pezzo e che non è uno ma almeno trino, visto che è cavalcato a fasi alterne (o addirittura sovrapposte) dai tre maggiori leader - non bastava neanche nella versione 'avvantaggiata', cioè con l'aggiunta degli spauracchi spot tipo l'ebola (che a volte ritorna, a proposito di zombie, occhio eh) o da quello 'più a lungo respiro' del terrorismo islamico (paura che vince non si cambia!! ;) ), insomma, siccome tutto ciò non bastava a distrarre dal merito e dalle conseguenze di quelle quattro o cinque supposte che liquefanno i nostri diritti e le ultime garanzie rimasteci (per poi spaccarle alla prima gelata), si avvertiva proprio il bisogno della pistola fumante.

Ed eccola qui, il signore è servito, per ora!



Non mi stupirebbe però leggere tra un po' di tempo che le accuse di oggi si sono sciolte come neve al sole. 


Update: neanche il tempo di finire il pezzo (iniziato ieri sera) e..:


giovedì 8 gennaio 2015

"Se la sono cercata"

Leggendo tra i millemila commenti all'assalto di ieri a Parigi, di solito abbastanza prevedibili in un senso e nell'altro, mi colpisce un pezzo da un blog dell'Espresso:



Anch'io "quando si parla di religione non rido", ma perché per me sono TUTTE parimenti false, al massimo 'ε-variazioni' di uno stesso tema e il mio approccio è di semplice rispetto dell'altrui sensibilità.
E se non fosse per l'opportunità di parziale sollievo dalle proprie sventure, che alcuni temporaneamente vi trovano, credo che le religioni sarebbero una completa perdita di tempo e una truffa tutte le volte che chiedono soldi.
Per dirla tutta, penso che la necessità di credere che esista qualcosa di soprannaturale sia un vizio, alimentato e corroborato dall'impossibilità di una conoscenza e consapevolezza completa di quanto ci accade intorno, dall'ignoranza di chi crede e dal l'interesse di chi sfrutta l'altrui credulità.

A credersi invece sovrannaturali o peggio un qualcosa al di sopra e staccato dalla natura sono spesso alcuni esseri umani, in particolari molti tra politici e capi di stato e chi è al vertice di multinazionali e strutture sovranazionali pseudo democratiche.


Tornando al pezzo dell'Espresso, leggo quel 'se la sono cercata' e nella mia testa è subito andreotti!

Ecco, credo che 'se la sono cercata' sia la cosa peggiore che si possa dire.

Di chiunque in ogni caso.

Perché nega lo stato di diritto e afferma lo stato di natura, assecondando la legge del più forte, giustificando la reazione di chi a un torto o peggio a un semplice fastidio - o peggio ancora, di fronte alla legittima pretesa di rispetto di un diritto - risponde con la forza, la sopraffazione, la violenza, l'omicidio.

Chi afferma una frase del genere nega implicitamente la civiltà, non solo la libertà di espressione, e si fa 'barbaro' quanto chi ha premuto il grilletto.

Se poi a pronunciarla è un uomo che ha ricoperto o ricopre responsabilità pubbliche diventa un aggravante ed è ancora più agghiacciante.

martedì 28 ottobre 2014

La nebbia dall'alto colle

Ancora una volta le istituzioni di questo paese calpestano i diritti dei cittadini, ma quello che sta avendo luogo ora, mentre scrivo, è un assurdo bubbone, un inguardabile frankenstein giuridico che non ha precedenti e non perché sarà la prima volta che l'inquilino del colle più alto viene ascoltato come testimone in un processo per mafia, quella è 'solo' una vergogna epocale.

Ma in questi tempi ne abbiamo collezionate tante.

Ben più bruciante e vergognoso è che ciò possa avvenire nel più sordo doppio disprezzo sia dei diritti delle difese e delle parti civili ad esercitare il loro ruolo nel processo che li vede coinvolti, sia dei diritti dei cittadini di questo paese che vedono improvvisamente cancellato il loro fondamentale diritto
  • ad essere informati di ciò che avviene in un processo pubblico;
  • a venire a conoscenza di cosa accadde in un momento nodale per la Storia del proprio paese, attraverso una testimonianza diretta di chi al tempo rivestiva uno degli incarichi pubblici più alti del nostro ordinamento e che ora siede ancora più in alto (!);
  • a valutare, anche sulla base di quel che sta avvenendo nel procedimento e di come questa testimonianza vi si inserisce, la condotta di chi quelle istituzioni incarna.

Tre violazioni sfacciate del senso stesso dell'ordinamento democratico, promosse e attuate, ancora una volta, dalla più alta istituzione di questa Repubblica, super partes per eccellenza!
Quella che la Costituzione italiana pone a garanzia dei diritti di tutti e a salvaguardia della Carta stessa, dunque della stessa integrità dello Stato che invece da tempo, in un assordante silenzio si sta adoperando per smantellare, pezzo per pezzo, esercitando pressioni che definire illecite e illegittime è riduttivo!

Bruciante è pure che questa invadenza non sia evidenziata, ostacolata, censurata da chi potrebbe e dovrebbe farlo, il potere esecutivo, che spesso invece ne è beneficiario e coprotagonista, il potere giudiziario e quello legislativo che ne sono vittime, ma talvolta anche complici!

Imbarazzante e vergognosa è poi la condotta della gran parte della stampa, specialmente quella più 'autorevole', ormai un cagnolino da compagnia del potere!
Nella prima pagina del corriere di oggi infatti della notizia della testimonianza non v'è alcuna traccia e ieri, dalle pagine del 'maggiore quotidiano italiano', è stata timidamente avanzata la richiesta della presenza di reporter ma a protezione di «prestigio e autorevolezza del supremo organo costituzionale»!!

E se a qualcuno può sembrare azzardato paragonare questa testimonianza a quella del presidente usa nel caso Clinton-Lewinsky, correttamente oggi Travaglio ricorda che il video di quell'interrogatorio all'uomo più potente del mondo fece il giro del mondo «e qualche miliardo di persone poté farsi un'idea della sincerità del presidente usa da ogni smorfia e piega del suo volto».
È probabilmente questa la cosa che più infastidisce e spaventa 're giorgio'.




È dell'altro ieri l'uscita del ministro boschi - a proposito di istituzioni che distruggono la Carta e smantellano lo Stato - su Fanfani, mentre questa vicenda a me fa pensare a un quasi omonimo, Forlani - un altro politico che messo accanto a quelli attuali pare un gigante - e a un'immagine che resterà indelebile nella mia memoria di ragazzo ma risulta introvabile.

mercoledì 3 settembre 2014

Fare giustizia

La solita spiattellata di pseudonotizie sul quasiconflitto ucraino e situazione geopolitica correlata, come al solito indistinguibile da messaggi di propaganda firmati cia o mi5, ha oggi un ridotto tasso di inquietudine da terza guerra mondiale incombente: l'irosa pantomima di obama e merkel finalmente si scioglie come neve al sole del rublo, dopo aver ricevuto i primi colpi di quel boomerang che la voce del padrone ue chiama 'sanzioni'.

In controtendenza - affinché il fronte interno non sia l'unico a tenere deste le nostre preoccupazioni - sono invece i cablogrammi sul califfato, oggi in una variante ancor più da crociata vista la nuova decapitazione del giornalista usa Sotloff avvenuta ieri e quella minacciata di un giornalista britannico.

La differenza si avverte nettamente nel servizio che segue l'ennesimo vaniloquio di mentana, in particolare verso la fine, quando la voce fuori campo ci fa sapere che i britannici non se ne staranno con le mani in mano e afferma che è già pronta una task force delle forze speciali inglese per «andare a riprenderlo e fare giustizia».

«Fare giustizia».

lunedì 1 settembre 2014

Judge a magazine by its cover and a prime minister by his answers

Senza essere noiosamente retorico come l'annunziata e privo delle sue perle di saggezza tipo «un leader dura tanto quanto è efficace la sua azione di governo», le riconosco almeno di distinguersi dalle folle di scrivani adoranti la 'mossa del gelato'.
Rientra forse nella categoria "risvegli tardivi", ma c'è chi se la prende comoda e si chiede se «ha perso il tocco»!



Esseri di dubbia utilità che si guadagnano (?) il pane - o meglio, il pranzo alla buvette - sprecando fiumi d'inchiostro e tonnellate di carta per convincerci della sagacia, intelligenza e ironia della "risposta mediatica" di renzi che poi, con sprezzo del ridicolo, arriva a dire «Il giorno in cui mi pentirò di un sorriso vorrà dire che ho sbagliato mestiere»!

Come al solito è fiero di guardare il dito mentre l'Economist indica una barca che affonda, una barca su cui siamo tutti. 
Forse il 'premier' è contento del miglioramento da quando il Wall Street Journal prevedeva all'Italia del governo letta una stabilità da cimitero?

In ogni caso, si capisce che egli nota - o, anche peggio, pretende che gli altri notino - solo il dettaglio che lo riguarda dell'immgine di copertina, non prende il considerazione il quadro completo, che raffigura un draghi tra l'impotente e il rassegnato, per nulla convinto di quello che sta facendo, e la coppia merkel-hollande in prima fila nel disastro con la merkel che quasi beffarda sorride (o ci sorride), magari rimandando ai sorrisoni che insieme a sarko' ci indirizzò quando in sella c'era un sultano diverso, uno col riporto e i tacchi alti.

Non parliamo poi del titolo, #matteorispondi: stiamo colando a picco? E perché??

Mi ricorda quando un suo predecessore (uno a caso) disse «La media degli italiani è un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco... È a loro che devo parlare.», il registro è identico.

mercoledì 28 maggio 2014

lilli gruber è una giornalista?


Stasera c'è Rodotà ospite nel programma della rossa, che nei primi 5 minuti non fa che ripetere compulsivamente la parola "sinistra", come da titolo in sovraimpressione.

Alle domande da editorialista di Rakam, sempre dettate dal titolo che stasera recita "la sinistra rinasce con renzi?", il professor Rodotà risponde - senza mai usare la fatal parola "sinistra" - una volta dicendo che renzi non ha dietro un blocco sociale (sottotitolo per i non udenti: non è "di sinistra"), poi che la coalizione che oggi sostiene il suo governo non gli consente di realizzare le belle parole usate ad esempio nella campagna per le primarie per esempio nell'ambito dei diritti civili (altro sottotitolo per i non udenti: non può fare cose "di sinistra")!

La rossa conduttrice, non nuova a folgoranti inizi e domande ficcanti, mugugna più o meno come se Rodotà non avesse risposto, fa una domanda all'altro ospite che cita un paragone renzi - dc al che lei risponde che "no! la dc difendeva altri interessi!"

SI CARA, DIFENDEVA QUELLI DI CIRILLO E LIMA!!
E da qui in poi ho smesso di ascoltare.

lunedì 7 aprile 2014

Basta opinioni.


E forse il problema è che non solo siamo governati da incapaci e ignoranti, ma anche che siamo “informati" da gente che a quegli incapaci e ignoranti prova a fornire alibi o giustificazioni.
O che, ancor più spesso, ci troviamo di fronte il giornalista di partito (dichiarato o meno) o quello "di parte" perché ha convizioni sue, o il giornalista amico che "regge il moccolo" e di fatto fa da palo mentre spogliano la res publica e annacquano i nostri diritti quel tanto che basta per renderli inesigibili.

Quando parla, Enrico Mentana tiene molto a evidenziare la sua indipendenza dai partiti e a sostanziarla farcendo le sue molte parole con scomodi (o presunti tali) aneddoti e retroscena e con dettagliati (?) approfondimenti ma, non diversamente da moltissimi suoi colleghi, quasi mai riesce a scalfire la superficie delle questioni che tratta, fornendone un quadro che descriva:

motivazioni alla base;
alternative possibili;
conseguenze verosimili

delle (pseudo)soluzioni scelte da chi governa.

Nelle interviste poi accompagna la sua aneddotica ad assist vari per i "cavalli di battaglia" del politicante di turno.
Molti lo indicano come uno dei migliori giornalisti, posso essere d'accordo se espelliamo dal "giornalismo" ogni traccia di obiettività e di aderenza allo stato reale delle cose per abbandonarci alla ricerca e discussione del senso comune.

Non si può di fatto concorrere al mantenimento dello status quo e definirsi giornalista.

Ps: che Mentana sia tra i migliori lo credo davvero, ma credo anche che sia più vicino a uno show-man che a un giornalista.

mercoledì 1 agosto 2012

premi, titoli, opinioni ed altre ovvietà.

Se ci fosse un premio allo sciacallaggio il tal Stefano Menichini probabilmente lo ruberebbe:

"A parte l’obiettivo infamante – raggiunto con la più estrema delle conseguenze ai danni di Loris D’Ambrosio – l’operazione di azzoppamento del presidente della repubblica non è andata in porto. La nota di ieri ricorda a tutti che il Quirinale rimane il presidio finale delle decisioni istituzionali."

A parte il fatto che Napolitano gareggia con Cossiga per essere il peggior capo dello Stato degli ultimi 150 anni, titolo che probabilmente vincerà, è con vivo e vibrante sdegno che segnaliamo la molta fantasia del succitato Menichini che si accoda, insieme a tutte le altre pecore della nostra "informazione" nell'accusare il Fatto Quotidiano per l'infarto che ha colpito il consigliere D'Ambrosio, magari sperando così di zittirli o chissà.
Una "informazione" davvero di regime, visto che l'oggetto della contestazione di Napolitano alla Procura di Palermo è, di fatto, la lesione di una pretesa ma totalmente inventata maestà.
A forza di chiamarlo "re Giorgio", il "nonno" c'ha creduto.

Sarebbe invece il caso, per tornare a parlare dei fatti e non delle solite opinioni, di elencare le mancanze di "re Giorgio" invece di queste supposte prerogative, come per esempio la prima mancanza, che è anche l'ultima: non aver sciolto le camere ignorando i molti e diversi motivi per farlo.
Prima per la manifesta indegnità di troppi suoi componenti, indegnità evidente fin da subito, cui si è aggiunta, come automatico corollario, l'incapacità a svolgere l'altissimo compito loro affidato dalla Costituzione.
Indegnità che però non è bastata a Napolitano, cui non sono bastate e non bastano neppure le successive conferme d'indegnità giunte in forma di respinte alle varie richieste di arresto e di altre vergognose votazioni che nessun degno Presidente della Repubblica avrebbe tollerato e che nessun pubblico funzionario avrebbe potuto né dovuto permettere!

Infine non sono bastate e non bastano neppure le ampie prove di un mutato equilibrio politico nel Paese che hanno fornito tutte le recenti consultazioni elettorali.
E chissà quanto ancora dovremo scrivere, dire, ricordare e insistere su norme ovvie per tutti tranne per chi deve rispettarle..