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giovedì 22 gennaio 2015

Veltroni?



Attualmente è commentatore cinematografico presso iris, canale televisivo di mediaset, a dar retta a wikipedia.
Come un ideale completamento di una carriera ellittica.

Quando si parla di lui mi sorprendo sempre pieno di domande su cosa stia facendo, tipo la classica: 'ma non era in Africa?' So che non sono il solo, malfidati siamo, magari ha risolto tutti i problemi di Maputo.


Oppure, 'ma non faceva lo scrittore?'
Certamente ha scritto molto, di calcio, di musica, di Africa, di cinema e ovviamente di politica: dal "sogno spezzato" kennediano alla "sfida interrotta" di Berlinguer, da "I care. Con videocassetta" sul partito democratico (?) a "La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi" (lui si che se ne intende), passando per "Che cos'è la politica? Con DVD". Chi meglio di lui potrebbe spiegarcelo?
Peccato solo che non abbia potuto titolarlo "Come si vince in politica".

O ancora, 'ma non era diventato un regista?'

Il suo film su Berlinguer è stato apprezzatissimo, un po' per il sollievo che si occupasse veramente di altro e non più di politica, un po' perché dava un ottimo contributo alla banalizzazione di una delle poche figure di riferimento per chi, in qualche senso, si sente 'di sinistra'. Sempre che ciò oggi abbia ancora un significato.


quando c'era Berlinguer, ma Walter..?
Pare invece che, come ci ricorda Antonello Sotgia, a quei tempi un significato ancora ci fosse, insieme a «Un popolo. Finalmente un popolo. Con le sue contraddizioni, i suoi diversi umori, le sue divisioni, le diverse strategie, capace di ritrovarsi in più occasioni (contro la scuola di classe, contro la guerra in Vietnam, sul referendum per divorzio e aborto…) ed anticipare la riflessione dei partiti che rincorrevano o ostacolavano.
Un fenomeno che ha attraversato, dolorosamente, alcune generazioni. Anche quella di Walter Veltroni che, però, di questo non parla con il suo “quando c’era Berlinguer”, un documentario che ha voluto chiamare film.
Tessuto sul filo del ricordo personale, aiutato da un montaggio che strizza l’occhio a quella televisione che lo ha prodotto [...] Veltroni, fin dall’inizio, sembra impegnarsi più di tutto ad assolversi. A dire di essere stato dentro quella storia, ma di essere riuscito a tirarsene fuori.»


una passionaccia: il riformismo
Riuscire a raccontare Berlinguer senza trasmettere quelle riflessioni e quei fenomeni è uno spettacolare contributo, questa volta però sul lato "culturale", allo sterminio (forse definitivo) di ogni residua traccia di "sinistra".
Sterminio senza fretta però, ché negli ultimi anni è stato uno sport molto praticato dai politici e a cui, proprio sul lato "politico", ha già saputo dare fondamentali contributi coi suoi spettacolari fallimenti, perfettamente in linea con una certa tradizione..no, non quella del PCI, ma quella di chi quel partito ha sabotato dall'interno portandolo all'agonia finale, da napolitano ad occhetto, poi d'alema, ovviamente veltroni e i vari fassino, gentiloni, franceschini, bersani..(casualmente tutti pronti oggi a salire al colle più alto!)
Non si parli più di eredità comunista.

Per comprendere o ricordare cosa era divenuto il pd e il clima, le posizioni, in un momento sí turbolento, ma meno di oggi (metà 2010), consiglio fortemente la visione di questo reperto almeno dal minuto 6:30 (se non volete godervelo tutto)

                   


ma forse bastano quei 5 secondi (da 7:46) mentre dice, con quel suo solito tono davvero pietoso «ci sarà una volta nella storia di questo paese, in cui il riformismo potrà diventare maggioranza!» che dà bene il senso della convinzione veltroniana di una vittoria ineluttabile.

POI SPAZZATO VIA DALLA STORIA.

È rimasto però il vizio di affidarsi sempre più alla retorica, dipingendo un futuro migliore per definizione, lasciando da parte i toni rivendicativi di quei diritti senza cui un futuro migliore è solo un miraggio, un'illusione!
Questa è la principale innovazione di un politico di lungo corso (deputato dall' '87) seppur intermittente (e c'è da ringraziarlo, perché averlo avuto a getto continuo sarebbe stato terribile) che, allevato nella pancia dell'apparato e da sempre ritenuto, insieme a quell'altro, un'enfant prodige (da semplice giornalista pubblicista fu nominato direttore dell'Unità), è riuscito a bruciare una delle più ghiotte occasioni della storia - facendo anche peggio della 'gioiosa macchina da guerra' di Occhetto - un'occasione che pure aveva avuto tempo e modo di apparecchiarsi come voleva!
Mi riferisco ovviamente alle elezioni del 2008, ma andiamo con ordine.


Walter sssindaco, Walter leader
Con rara efficacia lo dipingeva Edmondo Berselli: «Walter ha la capacità straordinaria di esserci e di sparire, di impegnarsi e di eludere», da direttore 'non comunista' pubblica i vangeli insieme con l'Unità (oltre alla furbata delle videocassette) e li porta in udienza privata al papa, ma poi anni dopo, come «segretario DS, comanda. Il presunto buonista cambia cinque segretari su nove nella federazione delle grandi città, e 15 segretari regionali su 19. Si presenta al congresso del 2000 a Torino con un manifesto intitolato "Progetto per la sinistra del duemila" e con lo slogan di don Lorenzo Milani "I care", lui che non crede in Dio, o almeno "credo di non credere"».
Poi, scrive ancora Berselli: «si materializza di nuovo con un perfetto colpo di scena candidandosi alla carica di sindaco della Capitale, e sembra a tutti un modo di riapparire e svanire per mettersi di lato, fuori dalla campagna elettorale perduta in partenza contro Berlusconi nel 2001».

Si notano bene alcune caratteristiche oggi familiari: non essere andato subito allo scontro diretto con b mentre al giro dopo «non è riuscito a portare un modello alternativo, una sorta di berlusconismo light più educato ma che non si discosta molto»; il renzi è andato oltre: quel modello lo ha fatto proprio e migliorato, tanto da ricevere complimenti da chi lo ha creato.
Poi le strizzatine d'occhio alla chiesa, il decisionismo e l'attenzione agli enti locali.
E, giusto per dare un'altra traccia, nel 2005 dasssindaco vola a incontrare un giovane senatore usa, Barack Obama.

Ecco, a parte annotare la prima e unica volta in cui Walter ha scommesso sul cavallo vincente (non se stesso, quindi), si può tranquillamente affermare che renzi non si è inventato nulla, anzi ha saccheggiato il repertorio veltroniano a piene mani, dal vuoto giovanilismo (veltroni lanciò marianna madia e si fece sbranare da debora serracchiani che da allora campa praticamente di rendita, ma stranamente il video non si trova...) alla retorica americanista kennediana (in cui bisogna riconoscere che renzi è ben più superficiale e banale), dal già citato decisionismo spinto alla ingenua, quanto immotivata, fede in un futuro radioso.

E poi le sempre abbondanti chiacchiere qualunquiste, tipo:
«C'è un grande bisogno di semplicità. Convivere con la complessità è solo un'inefficiente e inutile perdita di tempo, di attenzione e di energia mentale. È necessaria una notevole intelligenza per essere semplici. Il pubblico, ormai saturo di slogan e promesse non mantenute invoca chiarezza e semplicità. La gioia delle piccole cose».

Parole che mal celano una enorme presunzione, parole dirette a un "pubblico" assecondando e facendo proprio l'approccio berlusconiano, parole che potrebbero essere state pronunciate da renzi ieri. Mentre sono del 2008.


Le riforme...
In comune i due ex sindaci hanno anche una finta intenzione di vicinanza e responsabilizzazione degli enti locali, finta perché hanno mostrato di concepire il rapporto con gli enti locali con miope indifferenza, in modo conflittuale e utilitaristico come mero 'outsourcing' dei servizi più onerosi, invece di preoccuparsi di garantire i diritti di tutti.
Infatti è proprio mentre veltroni diviene sindaco che il centrosinistra di allora - anche nel tentativo di flirtare con la lega - fa approvare la sciagurata riforma del titolo V, che veltroni e rutelli accolgono così: «un appuntamento a suo modo storico, si tratta di un passo decisivo per avvicinare le istituzioni ai cittadini per davvero e non con le chiacchiere [...] questa riforma accorcia le distanze tra cittadini e istituzioni, [sarà] una democrazia più “a portata di mano“».

Oggi però sappiamo che quella, l'unica delle molte riforme costituzionali minacciate negli anni ad essere stata approvata e anche confermata dal referendum, da un lato ha creato un megaingorgo istituzionale a causa di una divisione delle competenze assurda: al contenzioso Stato-regioni si riferisce circa il 50% delle sentenze della Corte costituzionale e dall'altro ci ha regalato una classe politica regionale che è la meno competente e la più indagata. Quelli cui renzi vuol regalare l'automatica appartenenza al dopolavoro più esclusivo d'Italia, con tanto di immunità, ovviamente: il nuovo senato.


L'importanza di essere sindaco
Un inciso: ogni volta che si parla dei comuni come delle istituzioni più vicine al cittadino e dei sindaci attenti, al territorio e ai bisogni della popolazione, occorrerebbe ricordare che la carica gode di un potere quasi assoluto - visto che ad esempio può revocare gli elementi della giunta a piacimento mentre per il presidente del consiglio è ben più complicato e la sfiducia è praticamente impossibile - grazie all'elezione diretta (legge n.81 del '93) ed è solo poi, sulla base di questa vera e propria svolta, che poi si è provveduto alla quella analoga per i cosiddetti governatori regionali (legge cost. n.1 del '99).
Quindi l'effettiva assenza di 'contrappesi' al potere della carica monocratica (sia di sindaco, sia di 'governatore') permette un eccesso di confidenza le cui conseguenze fanno da sempre la fortuna di trasmissioni come Report, purtroppo.

Il veltroni sindaco inaugurò il parco della musica e la stagione dei grandi concerti, inventò la notte bianca, il festival del cinema, tante belle cose per il centro, per la città-vetrina ma per il resto tanta fuffa (renziana si direbbe oggi) sulla gestione dei servizi pubblici - mirabolanti metro rimaste sogni d'inchiostro, il centro regalato ai bus turistici - e sulla gestione delle periferie - abbandonate a se stesselasciando liberi i palazzinari di cannibalizzare l'agro romano.
Sul cosiddetto terzo settore va detto che è sotto veltroni che si istituzionalizza il business della “segregazione amichevole” e anzi, in un momento di calo di popolarità, ebbe modo di sfruttare l'aggressione di una donna per farsi sindaco-sceriffo e rilanciarsi sbattendo il rom alla sbarra insieme con tutta la Romania.
Ma in tv affermava «per niente al mondo scambierei il concetto di integrazione che c'è a Treviso con quello che abbiamo a Roma».

Ottenne così due risultati, "in quei giorni Roma fu insanguinata da atti criminali di italiani contro rumeni" e la sua popolarità riprese quel tanto che basta da fargli premere per andare alle urne prima del tempo, propugnare la sua "vocazione maggioritaria", e addirittura, accecato dal proprio ego, autografò il suo più grande fallimento pronunciando quel "noi correremo da soli" che fu anche un terribile colpo politico e d'immagine per il secondo governo prodi.
Se ci fosse stato twitter, gli avrebbe indirizzato un bel «romano stai sereno»?

Non contento della 'sboronata', era solito aggiungere «sto attento a berlusconi» perché aveva capito il suo 'pollo' e, straconvinto della sua forza, «berlusconi non abboccherà all'amo»!

Poi, fine genialata, ha cominciato a chiamarlo «principale esponente dello schieramento a noi avverso».
Vista come è andata a finire un solo commento è possibile.


È andata a finire che 
  • lui si dimette da sindaco lasciando la città in mano al vice e con un buco da 7 miliardi di euro (stima S&P, sulla reale entità del debito ancora oggi ci sono solo voci e leggende metropolitane), 
  • ovviamente perde quelle elezioni politiche che generano il primo parlamento senza un vero partito di sinistra della storia repubblicana 
  • contemporaneamente Roma passa ad aledanno.
Quando perde anche quelle sarde si dimette da segretario della sua creatura, il pd, che per lunghi anni ancora è sembrato un oggetto politico semisconosciuto, non si sapeva se definirlo malnato o mai nato.

Solo ora, dopo le larghe intese e con renzi, il pd ha finalmente chiarito le sue fattezze, anche se già dagli albori aveva mostrato di costituire non molto di più che un'opposizione all'acqua di rose per il suo 'avversario politico'.

E questo lo sa anche Walter, come sa che quello che ora renzi sta imponendo è la perfetta chiusura di un cerchio che neanche le bombe e i morti ammazzati avevano finora riuscito a chiudere.
Come sapeva, al tempo, che se giochi a scacchi ma il tuo avversario gioca col coltello sul tavolo, il gioco non è 'corretto'.

Walter non deve fare il finto tonto, gli ultimi annetti in gita in Commissione Antimafia son serviti a quello, a fargli capire - se davvero già non sapeva - che quando tirava fuori il nuovo totem della "vocazione maggioritaria" stava dando l'ultima spallata al sistema parlamentare e all'intera architettura costituzionale di questo paese, facendo un favore enorme a chi era ed è più bravo di lui a spararle grosse, polarizzare consenso, strizzare l'occhio ai veri 'poteri forti', quelli legali e soprattutto quelli illegali.

Se davvero, come commentava Diego Bianchi, «si vede che ha cambiato idea e si vuole fossilizzare nella parte di chi affonda!», speriamo solo che non porti con sé ciò che resta del paese.
Se 'sbagliare è umano', certamente 'perseverare è diabolico'.

sabato 3 gennaio 2015

In difesa di Enrico

Alla stimata Lameduck piace dispensare secchiate d'acqua gelida, ma se c'è una cosa che ho imparato dalla fisica (o da un vecchio pazzo:
)
è di non cedere alla tentazione di eccessive semplificazioni, non riesco sempre a resistervi, ma l'equazione napo=Berlinguer è troppo assurda! Sia pure solo per "collaborazionismo" col fogno eurista. Voglio dunque condividere qui la mia risposta al suo ultimo pezzo con cui ha salutato il nuovo anno.




So già che mi prenderò degli sberleffi da 'cosacco' ma credo ci siano delle piccole falle in un ragionamento che sembra alla fine dire napo e Berlinguer pari sono e anzi mettere il secondo in continuità con monti e renzi..!


Oltre al fatto ovvio che il secondo è morto e quindi non sapremo mai come avrebbe reagito a certi fatti venuti poi ed oltre alla contestualizzazione che Bagnai nel suo libro fa proprio per escludere (credo, magari sbaglio) una tale continuità, ma che poi nel pezzo vuoi perdere per strada.

Non consideri ad esempio che quel 'moralismo' della questione morale (che definire come "il passaggio suicida dalla guerra di classe alla lotta al crimine" è una semplificazione assurda ed errata, esattamente come scambiare il parlamentarismo con il partitismo!), che (invece) denunciava l'invasione tumorale dello Stato da parte di un partitismo evidentemente già virulento ma certo non ai livelli che viviamo oggi, avrebbe strenuamente combattuto per la difesa dei principi costituzionali contro ogni tipo di 'riforme strutturali' che andassero nella direzione di una restrizione della democrazia effettiva e di un evidente impoverimento della popolazione, esattamente come (con risultati pressoché nulli, si può su questo essere d'accordo) prova a fare oggi (ad esempio) Rodotà, non certo napo che l'ha sempre pensata in modo diverso!

Accomunare poi il compromesso storico con le odierne larghe intese significa (di nuovo, l'aveva già fatto napo stesso!!) perdere completamente di vista la realtà dei fatti di allora, in cui il "vincolo esterno" non era la stessa robina con cui oggi renzi il cicisbeo può permettersi di giochicchiare, di andare a dire nei discorsi pre elezioni "andrò a bruxelles a battere i pugni sui tavoli" (inesistenti, come sappiamo) per poi andar su a farsi le pugnette, eh no signori miei (cit.)!


A quei tempi il "vincolo esterno" faceva morti e feriti usando indistintamente mani nere e mani 'rosse' e anzi costringeva politicamente a mollare di fatto ogni velleità rivoluzionaria perché l'idea stessa di rivoluzione era ormai un concetto solo violento e catturato dalla lotta armata e dunque espulso dalle possibili argomentazioni di un PCI che rischiava (altrimenti) seriamente la messa al bando o peggio e a cui era forzatamente impossibilitato l'accesso al livello istituzionale.
È per questo che suona francamente assurdo e ridicolo dire che il compromesso storico "servì a cementare per sempre l'Italia nello schema del gioco democratico bipolare dell'alternanza tra un partito di destra e uno di estrema destra" (Gore Vidal chi??) alternanza de che??

Che poi se ha senso accomunare le idee di Keynes a quelle socialiste, non ci si può dimenticare che i socialisti del tempo sono quelli immortalati da grillo! e non è che basti il "no" di Sigonella per far diventare bettino uno statista keynesiano!

Sbaglierò, sarò un ingenuo romantico sognatore del cazzo Barbara, ma credo che il tuo capoverso finale avrebbe un senso se e solo se Berlinguer fosse rimasto vivo e avesse guidato i ravanelli ripercorrendo esattamente le stesse tappe seguite dagli adoratori di re giorgio, ma così non è.

A fare quel percorso è stato invece quel signorino che partendo dai guf, passando per la passione per i carri armati e cambiando improvvisamente idea sull'integrazione europea sta là sullo scranno più alto a farci la (sua distorta) morale! È infatti lui il 'pet communist' mentre a Enrico, così come ad Aldo Moro sono stati riservati dagli yankees trattamenti ben diversi.