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mercoledì 8 aprile 2015

Un discorso sulla Costituzione - Piero Calamandrei

Quello che inizia ora potrebbe essere uno degli ultimi giorni di vita della Costituzione della nostra Repubblica, si direbbe 'così come la conosciamo', ma chi la conosce davvero?

Nel luglio 1945 fu istituito il Ministero per la Costituente, presieduto da Pietro Nenni, con il compito di «preparare la convocazione dell'Assemblea costituente e di predisporre gli elementi per lo studio della nuova Costituzione che dovrà determinare l'aspetto politico dello Stato e le linee direttive della sua azione economica e sociale».
Oltre a commissionare studi su praticamente tutto lo scibile umano, riempiendo 14 volumi per circa 5000 pagine, pubblicò, ad uso popolare, le Guide alla Costituente distribuendole a chiunque ne facesse richiesta gratuitamente!

Lo splendido frutto di quell'impegno e quegli studi - immaginatevi nell'immediato dopoguerra quale sforzo potesse essere necessario per portarli a termine in tempi ristretti - resta oggi in larghissima parte inattuata e, assurda pigrizia e negligenza sia del popolo sia del governo, non è mai stata meno conosciuta di oggi, come mi accorgo ascoltando come se ne parla sia nei comuni mezzi di comunicazione sia tra la gente.

Questa diffusissima ignoranza non resiste a caso credo e ovviamente conviene a chi ha il potere - così è sempre quando il popolo è ignorante - poiché in questo paese ormai sostanzialmente immobile da decenni - ed immobile è anche generoso, per molti versi siamo tornati indietro - questa Carta conserva intatto lo stesso carico rivoluzionario di quando è stata scritta, quando questo paese stava provando a ricominciare, dalle macerie della guerra, con una forza e una speranza sconosciute oggi, ormai (irrimediabilmente?) perdute.

Per conoscere e per capire dobbiamo allora tornare alle basi e per provare a rimediare chiedo aiuto a Piero Calamandrei, un vero e proprio 'nume tutelare' dell'Anima della nostra Repubblica:




L’art. 34 dice: «I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Eh!

E se non hanno mezzi? Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi.

Dice così: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di Uomo.

Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo – «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da Uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà.

In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di un lavoro da compiere.

Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

È stato detto giustamente che le costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica.

Questa polemica, di solito, è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.

Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute.

Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente.

Perché quando l’art. 3 vi dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana» riconosce con questo che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli.

Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.

Ma non è una Costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire.

Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della società.

Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé.

La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove.

Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.

Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani.

«La politica è una brutta cosa», «che me ne importa della politica»: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante.

Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: «Ma … siamo in pericolo?», e questo dice: «Se continua questo mare, il bastimento tra mezz’ora affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda!». Quello dice: «Che me ne importa, non è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io!

Il mondo è così bello, ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica.

La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La Costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento.

È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo.

Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946: questo popolo che da 25 anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi.

Ricordo – io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui – queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni [elettorali], disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio Paese, del nostro Paese, della nostra Patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto - questa è una delle gioie della vita - rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.

Ora, vedete – io ho poco altro da dirvi – in questa Costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato.

Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli.

E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.

Quando io leggo, nell’art. 2, «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», o quando leggo, nell’art. 11, «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la Patria italiana in mezzo alle altre patrie, dico: ma questo è Mazzini, questa è la voce di Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, «tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour; o quando io leggo, nell’art. 5, «la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, «l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, «non è ammessa la pena di morte», ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti.

Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione!

Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.

Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti.

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.



sabato 3 gennaio 2015

In difesa di Enrico

Alla stimata Lameduck piace dispensare secchiate d'acqua gelida, ma se c'è una cosa che ho imparato dalla fisica (o da un vecchio pazzo:
)
è di non cedere alla tentazione di eccessive semplificazioni, non riesco sempre a resistervi, ma l'equazione napo=Berlinguer è troppo assurda! Sia pure solo per "collaborazionismo" col fogno eurista. Voglio dunque condividere qui la mia risposta al suo ultimo pezzo con cui ha salutato il nuovo anno.




So già che mi prenderò degli sberleffi da 'cosacco' ma credo ci siano delle piccole falle in un ragionamento che sembra alla fine dire napo e Berlinguer pari sono e anzi mettere il secondo in continuità con monti e renzi..!


Oltre al fatto ovvio che il secondo è morto e quindi non sapremo mai come avrebbe reagito a certi fatti venuti poi ed oltre alla contestualizzazione che Bagnai nel suo libro fa proprio per escludere (credo, magari sbaglio) una tale continuità, ma che poi nel pezzo vuoi perdere per strada.

Non consideri ad esempio che quel 'moralismo' della questione morale (che definire come "il passaggio suicida dalla guerra di classe alla lotta al crimine" è una semplificazione assurda ed errata, esattamente come scambiare il parlamentarismo con il partitismo!), che (invece) denunciava l'invasione tumorale dello Stato da parte di un partitismo evidentemente già virulento ma certo non ai livelli che viviamo oggi, avrebbe strenuamente combattuto per la difesa dei principi costituzionali contro ogni tipo di 'riforme strutturali' che andassero nella direzione di una restrizione della democrazia effettiva e di un evidente impoverimento della popolazione, esattamente come (con risultati pressoché nulli, si può su questo essere d'accordo) prova a fare oggi (ad esempio) Rodotà, non certo napo che l'ha sempre pensata in modo diverso!

Accomunare poi il compromesso storico con le odierne larghe intese significa (di nuovo, l'aveva già fatto napo stesso!!) perdere completamente di vista la realtà dei fatti di allora, in cui il "vincolo esterno" non era la stessa robina con cui oggi renzi il cicisbeo può permettersi di giochicchiare, di andare a dire nei discorsi pre elezioni "andrò a bruxelles a battere i pugni sui tavoli" (inesistenti, come sappiamo) per poi andar su a farsi le pugnette, eh no signori miei (cit.)!


A quei tempi il "vincolo esterno" faceva morti e feriti usando indistintamente mani nere e mani 'rosse' e anzi costringeva politicamente a mollare di fatto ogni velleità rivoluzionaria perché l'idea stessa di rivoluzione era ormai un concetto solo violento e catturato dalla lotta armata e dunque espulso dalle possibili argomentazioni di un PCI che rischiava (altrimenti) seriamente la messa al bando o peggio e a cui era forzatamente impossibilitato l'accesso al livello istituzionale.
È per questo che suona francamente assurdo e ridicolo dire che il compromesso storico "servì a cementare per sempre l'Italia nello schema del gioco democratico bipolare dell'alternanza tra un partito di destra e uno di estrema destra" (Gore Vidal chi??) alternanza de che??

Che poi se ha senso accomunare le idee di Keynes a quelle socialiste, non ci si può dimenticare che i socialisti del tempo sono quelli immortalati da grillo! e non è che basti il "no" di Sigonella per far diventare bettino uno statista keynesiano!

Sbaglierò, sarò un ingenuo romantico sognatore del cazzo Barbara, ma credo che il tuo capoverso finale avrebbe un senso se e solo se Berlinguer fosse rimasto vivo e avesse guidato i ravanelli ripercorrendo esattamente le stesse tappe seguite dagli adoratori di re giorgio, ma così non è.

A fare quel percorso è stato invece quel signorino che partendo dai guf, passando per la passione per i carri armati e cambiando improvvisamente idea sull'integrazione europea sta là sullo scranno più alto a farci la (sua distorta) morale! È infatti lui il 'pet communist' mentre a Enrico, così come ad Aldo Moro sono stati riservati dagli yankees trattamenti ben diversi.

martedì 18 febbraio 2014

Fondata sul lavoro.

Oltre all'immediato richiamo all'articolo 1, spesso strumentalmente banalizzato, ma che banale è solo all'apparenza, la Costituzione Italiana fa spesso riferimento al lavoro, in modo diretto o indiretto a dimostrare che dire esplicitamente 
«L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» 
non fu, come molti vorrebbero far credere, un vuoto diktat da "comunisticomunisticomunisti" né un vezzo da "radical-chic", ma il riconoscimento del ruolo che il lavoro ha e deve avere nella vita dell'uomo e nella società: non è un caso che di diritto al lavoro parlino almeno 10 articoli e che a questi seguano quelli relativi alla impresa e al credito.

Il lavoro, per la Costituzione, non deve essere qualsiasi né a qualsiasi costo, anzi, come recita l'articolo 4:
«La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.»

Nell'ottica dunque di concorrere, «secondo le proprie possibilità e la propria scelta», al «progresso materiale o spirituale della società», esso va protetto, regolato e quando possibile migliorato:
«La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.
Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero.» (Art. 35)
per tendere costantemente, come recita l'Articolo 3, al «pieno sviluppo della persona umana» allo scopo di favorire «l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Ma leggendo gli articoli immediatamente successivi 
«Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.» (Art. 36) 
«La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.» (Art. 37)
diventa evidente quanto ormai la realtà degradata che viviamo quotidianamente si sia allontanata dal dettato costituzionale, sia in termini di degna retribuzione sia di parità nella fruizione dei diritti!

Per la Carta, anche quando il lavoro non c'è più, che sia per un tempo breve o definitivamente, va garantito il rispetto della «pari dignità sociale» di ogni cittadino:
«Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L'assistenza privata è libera.» (Art. 38)

Ma nessun diritto va mai dato per scontato, è anzi necessario difendere e ribadire il grado di civiltà raggiunto con i mezzi e nelle sedi opportune. Per questo è garantita la libertà dei sindacati, come organizzazioni mediante cui i lavoratori difendono i propri diritti:
"L'organizzazione sindacale è libera.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
E' condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce." (Art. 39)

Dunque viene formalmente riconosciuto come diritto fondamentale il principale mezzo che i lavoratori hanno per far valere le proprie ragioni:
"Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano." (Art. 40)

A ribadire, anche dal lato della «iniziativa economica privata», che il lavoro non deve essere qualsiasi né a qualsiasi costo, è il successivo Articolo 41 che è stato, non per caso, fatto spesso oggetto di attacchi per indebolirlo:
«L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità; sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.» 
Per limitare e non assecondare l'interpretazione della libertà di iniziativa economica come finalizzata al mero accumulo di profitto e «stabilire equi rapporti sociali», «la legge impone obblighi e vincoli» e «aiuta la piccola e media proprietà» (dall'Art. 44), inoltre sono previste nella Costituzione espropri e trasferimenti di «imprese o categorie di imprese» per destinarle «allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti», allo scopo di salvaguardare utilità e interesse generale, e:
«Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.» (Art. 46)


Non è possibile ripercorrere qui la parabola compiuta dal diritto del lavoro negli ultimi 70 anni, né ricostruire la complessa evoluzione del conflitto sociale in questo paese e del rapporto tra lavoratori, sindacati, aziende, né descrivere come questo rapporto sia stato prima regolato e poi sostanzialmente deregolato dai moltissimi interventi legislativi, di cui diversi illegittimi.

Semplicemente volevamo provare a tornare ai principi costituzionali, ricordando che vennero formulati in un paese in macerie e con l'intenzione di costruire, dopo profonde riflessioni e accesi dibattiti, una comunità politica e sociale adatta a creare reale benessere per tutti, come a fissare lo scheletro di un ambizioso ma necessario programma politico di lungo respiro.

E restituirvi l'impressione di quanto oggi ne siamo lontani.

sabato 26 maggio 2012

monti


L'età, la presunta autorevolezza, la libertà dall'assillo di presentarsi alle prossime elezioni e soprattutto lo sfascio provocato da questa inetta classe politica che era ed è evidente a tutti, avrebbero dovuto sgravarlo dal peso di dover scendere a patti con chi quello sfascio ha creato.

Avrebbe potuto brandire il coltello dalla parte del manico, usare subito la scusa "se non lo fate faremo default" ma non certo rivoltandolo contro la cittadinanza inerme ed i ceti più deboli, già provati dalla crisi, bensì contro quei parlamentari collusi o corrotti, evidentemente indegni, per costringerli davanti all'opinione pubblica a votare quei provvedimenti che davvero servono al popolo per ridare senso alla parola "equità".

Avrebbe ben potuto, anzi dovuto, rompere in modo netto con il governo precedente utilizzando le stesse indebite pressioni verso l'organo sovrano della Repubblica ma questa volta perseguendo il bene comune, o anche solo dire “Signori e Signore, voi siete i responsabili dello sfracello, votatemi contro se lo ritenete, ma fatelo davanti a tutto il popolo.”
Non l'ha fatto, non ha detto nulla di simile.
Ha perso quest'occasione forse irripetibile.
Ne risponderà ai posteri ed alla Storia.