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giovedì 29 ottobre 2015

Autoritaria e incostituzionale

A lungo sono rimasto sconcertato da come renzi e i suoi sgherri in tailleur o giacca e cravatta stanno attuando un rinnovato - ma dal solito, ben noto sapore - tentativo di distruzione della nostra Costituzione, per completare lo svuotamento della nostra democrazia.

Mi scuotono oggi le parole, che meritano ampia diffusione e che sono onorato di rilanciare, di un chiarissimo articolo (l'originale si può trovare qui alle pagine 2 e 3, ho solo messo dei grassetti) del professor Gianni Ferrara, tra le voci più potenti e autorevoli schierate contro le molte lingue allenate a battere il tamburo del potere.





Una premessa è dovuta. Il Parlamento italiano è illegittimo perché eletto con un sistema elettorale giudicato tale con sentenza 1/2014 dalla Corte Costituzionale. In qualsiasi paese civile sarebbe stato sciolto. In Italia invece tale Parlamento legifera, anche in materia costituzionale.

In perfetta coerenza con l’incostituzionalità che avvolge tutto l’ordinamento, il Senato ha approvato in prima lettura un progetto di legge che ne modifica la composizione, le funzioni ed il ruolo attribuitogli dalla Costituzione finora vigente. Contribuisce così a concretizzare un disegno. Un disegno eversivo della forma di governo e della forma di Stato e che stravolge l’identità della Repubblica. Eversivo non solo, e non tanto, perché il Senato perde il potere di concedere o revocare la fiducia al governo e conserva, assieme alla Camera, soltanto per alcune materie il potere legislativo: revisione costituzionale, ordinamento dello stato, leggi elettorali, referendum, minoranze linguistiche, organi di governo, comuni, trattati, estensione dell’autonomia regionale.

Il Senato perde quindi la funzione di deliberare sulla maggior parte dei disegni di legge, per i quali ha solo un potere di emendamento che la Camera dei deputati, provvista dell’intera potestà legislativa,
può benissimo disattendere. Non tanto per queste menomazioni, la “riforma” del Senato è eversiva; lo è per gli effetti che esse producono sull’intero sistema costituzionale combinandosi con la legge elettorale, l’italicum.

Va intanto rilevato che la configurazione del Senato, approvata martedì 13 ottobre, si colloca fuori dei modelli di seconda camera esistenti nel mondo. In nessun paese, a sistema bicamerale, i membri del senato sono eletti dai consigli regionali “su indicazione” degli elettori, mediante listini abbinati alle liste che competono nelle elezioni regionali. È del tutto evidente, comunque, che “indicazione” non significa voto, e l’ambiguità della formula può permettere non poche e gravi distorsioni. Si aggiunga che il numero dei consiglieri-senatori eletti in una Regione per ciascuna lista dipenderà dal numero dei seggi che spetterà alla lista, non dalle libere scelte degli elettori.

Riguardo poi alle nuove funzioni che il testo vorrebbe attribuire al Senato, il meno che si possa dire è che quelle “di raccordo tra Stato e gli altri enti costitutivi e tra questi e l’Unione europea” non risultano munite di strumenti. Né si desume in quale forma il Senato possa partecipare “alle decisioni dirette alla formazione ed attuazione degli atti normativi e della politiche dell’Unione europea”. Quanto mai oscura appare poi la formula con cui dovrebbe concorrere (ma con chi?) alla “valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività delle pubbliche amministrazioni e alla verifica dell’attuazione delle leggi”. Il tipo di valutazione, il tipo di verifica, gli strumenti e gli effetti che produrrebbero sono lasciati alla più ampia ed arbitraria discrezionalità di un legislatore che non si prevede come particolarmente affidabile. Su di un altro piano, lascia infine più che perplessi l’attribuzione dell’immunità parlamentare ai consiglieri-senatori per la loro appartenenza ad un ceto politico rivelatosi non proprio esemplare.

La contrarietà alla riforma del Senato, prevista dal disegno di legge approvato il 13 ottobre, è motivata, come si è premesso, soprattutto dalla sua connessione all’italicum. Una legge elettorale, questa, che si fonda sul “premio di maggioranza”, pari a 344 seggi (24 in più della metà più uno dei 630 della Camera), e lo attribuisce al partito che ottiene il 40% dei voti.
Qualora nessuna lista abbia raggiunto tale quorum, il premio sarà conferito, mediante ballottaggio tra le due liste più votate, a quella tra queste che avrà avuto un voto in più dell’altra, qualunque sia il numero di voti conseguiti in questa competizione: il 35, il 30, il 25% dei voti complessivi.

È del tutto chiaro che sia nel caso che una lista raggiunga il 40% di voti, sia che vinca il ballottaggio, non è ad una maggioranza che si attribuisce il “premio”, ma ad una minoranza, quella che ottiene un solo voto in più di ciascuna delle altre minoranze alle quali però si sottraggono i seggi che si assommano nel premio. Premio che costituisce comunque un privilegio, una appropriazione indebita di seggi che spetterebbero a tutte le altre liste che risultano essere numericamente la reale maggioranza.

Non è per caso che nessun altro paese europeo ammetta un tale capovolgimento della volontà del suo corpo elettorale, trasformando una minoranza in una maggioranza. Si aggiunga poi che le liste elettorali dei 100 collegi plurinominali avranno un capolista che sarà comunque eletto se la sua lista otterrà seggi. Questo significa che chi decide la composizione delle liste, che è di solito il leader del partito, oltre a scegliere tutti i candidati, sceglie pure chi di questi sarà comunque eletto se la lista ottiene seggi nei singoli collegi. Anche se sarà sopravanzato, quanto a voti di preferenza, da altri candidati.

Le conseguenze da trarre da questa descrizione sono incontestabili. Il leader di quel partito che ha scelto i candidati (e, tra questi, quelli da lui nominati come capilista), se all’elezione della Camera dei deputati la sua lista ottiene, anche con solo il 25% dei voti la maggioranza di 344 deputati, otterrà pure, oltre che il potere di governo, il potere legislativo, attraverso il quale anche quello dei contenuti delle sentenze, più quello di eleggere il presidente della Repubblica, tre giudici costituzionali, i membri laici del Consiglio superiore della magistratura.

Snaturando così tutti gli organi di garanzia. Quella garanzia che avrebbe potuto frenare la degradazione autoritaria delle istituzioni cui mira e che sta realizzando Renzi, rinnegando quel principio di civiltà giuridica che è la separazione dei poteri, stravolgendo la Costituzione fino a sfigurare l’identità della Repubblica, da parlamentare in autoritaria, con un solo uomo al comando.

Garanzia che un Senato diversamente configurato avrebbe potuto assicurare. Quello votato il 13 ottobre, no.

mercoledì 21 gennaio 2015

Destabilizzare per stabilizzare - un esempio verbale

A domanda diretta "dimmi un atto ostile che avete fatto nei confronti di berlusconi in vent'anni, dimmi una legge che gli avete cancellato che lui ha fatto", veltroni rispose citando una manifestazione sindacale! Del 1994, quando il pd era molto di là da venire!!

Allora, volendo parlare del passato remoto, perché non chiedergli delle malelingue secondo cui nell'85, in cambio della concessione di Rai3 al PCI, egli avrebbe dato una manina a ratificare il decreto craxi che fermava il sequestro delle tv del biscione?

Nello studio di Servizio Pubblico Walter fu ospite come membro della Commissione Antimafia, avrebbero potuto chiedergli come mai ha voluto sloggiare il giornalista e scrittore attivo contro la 'ndrangheta Franco Laratta, per fargli posto, proprio mentre la sua vera nemesi brigava per giungere a capo dell'ambito Copasir? Forse per mostrare ancora quell'attivismo a parole, per poter ripetere il solito "se ne occupi l'Antimafia!" e tornare a farsi 'bello' sotto i riflettori?

Quella sera Walter disse alcune cose che mi colpirono, alcune vere e proprie bombe e alcune cose ridicole da pompiere conservatore.

Eccone alcune:
  • "quello che la sinistra non ha mai fatto è stato proporsi di diventare maggioranza sulla base di un programma riformista" RIDICOLO, quello che non hanno mai fatto è un programma comunista!
  • "vorrei ricordare che hollande non ha mai citato sarkozy, che obama non ha mai avuto un atteggiamento conflittuale con gli avversari" FALSO! Come giustamente gli fa notare Travaglio, se non sei percepito nettamente diverso dall'avversario, opposto, perché dovrebbero votare te?
  • "l'errore vero è stato non fare la legge sul conflitto d'interesse" un bel #GAC su cui prende l'applauso pur avendo avuto anche lui qualche responsabilità, ad esempio avrebbe potuto spingere in quel senso da segretario del maggior partito che sosteneva il governo prodi, ha preferito farlo cadere.
  • "si vincono le elezioni prendendo voti anche allo schieramento avversario" Si, insisti pure, ma se ti presenti direttamente di là fai prima, magari ne prendi anche di più!
Poi: "la regola in democrazia è l'alternanza" ma ben più importante sarebbe rispettare le regole del gioco e costringere il proprio avversario a fare lo stesso!

Di seguito, insiste di nuovo sul tema e si spinge pure a concordare nel rappresentare delle 'larghe intese' come fallimento della politica, ma ne individua le motivazioni così: "perché non si è voluto mettere mano alle riforme instituzionali che si dovevano fare che DEVONO creare una democrazia dell'alternanza" schierandosi per un 'sistema semi-presidenziale, con doppio turno' e "con un parlamento che controlli di più"!

Poi si lancia a citare Calamandrei affibbiandogli un "le democrazie muoiono spesso per l'incapacità dei governi democratici di decidere, per la frammentazione, per la vischiosità", per continuare con: "noi abbiamo avuto con il fascismo il potere, con la democrazia la libertà ma non il potere, dobbiamo cercare di riunificare la libertà con il potere in un equilibrio di tipo francese tra un governo che deve riuscire a governare e il controllo affidato al parlamento in maniera ancora più rigorosa sulla base dell'esperienza anglosassone.."

Ma Walter, hai fatto le medie? Prima del fascismo la libertà c'era ma fu concesso di togliercela con la forza e furono gli organismi di garanzia a non funzionare, il re lasciò mano libera.
Se è vero che c'era un governo che non sapeva decidere, passammo a uno che sapeva farlo fin troppo bene, e decideva tutto lui, per tutti!
Si chiama comandare.


Quindi, tornando alle riforme, sei per dare più poteri al presidente (quale? quello del consiglio o quello della repubblica??) ma anche per un parlamento più forte? Bene, che fortuna! Perché vuol dire che sei per un'architettura costituzionale come quella che GIÀ abbiamo!!
E se vai un po' a vedere, l'unica cosa che non va bene è che i due presidenti, quasi a turno, neanche si fossero messi d'accordo, invadono le prerogative del Parlamento, comprimendone libertà, indipendenza, azione!
Quindi vai, stracciati le vesti per far rispettare veramente la sovranità del popolo che si esercita nell'azione parlamentare e affinché gli istituti di garanzia, come il presidente della Repubblica, facciano bene il proprio lavoro, invece di dire idiozie!!


E smessi i panni dell'azzeccagarbugli costituzionalista, sempre dimentica di evidenziare un dettagliuccio che nessun 'berlingueriano' vero avrebbe trascurato mai, porre la questione morale nel modo più naturale, anzi semplicemente citarla perché già sotto gli occhi di tutti: c'è una parte nettamente allergica alle regole democratiche, alla trasparenza e ai principi costituzionali, senza il rispetto delle quali l'alternanza di cui continua sempre a riempirsi la bocca diventa tra un governo normale e uno di ladri! Ti sembra quello che accade in ogni 'normale democrazia'?
E comunque, se una parte (magari tu Walter) 'gioca secondo le regole' e l'altro no, ti sembra una cosa corretta?! Lo vorrai dire? Cosa diventi se non lo dici?
Un complice.

Lo sai o no che tutti questi bei discorsi che fai non sono verosimili perché non c'è una neutralità del mezzo, il confronto politico non si svolge sullo stesso piano!


E si che lo sai! Anzi parti con delle bombe che ammutoliscono lo studio:
"mah, la storia italiana purtroppo è una storia in cui tutti i passaggi, tutte le fasi di transizione sono state accompagnate da interventi esterni che ne hanno condizionato l’esito, di volta in volta quando il sistema mostrava la sua fragilità, ed è capitato molte volte, o quando si stava per aprire la prospettiva di uno sblocco a sinistra della crisi di un vecchio equilibrio, interveniva qualcosa: 1969 o se vogliamo risalire ancora più indietro il '64, il ’tintinnar di sciabole’ durante il primo centrosinistra e poi negli anni del PCI di Berlinguer, la bomba di Brescia e poi il rapimento di Moro e poi il ’92-’93! 
Sono tutti momenti nei quali l’Italia stava andando da una parte e qualcuno, non necessariamente la porta dalla parte opposta, ma la lascia ferma. Perché la caratteristica di questi interventi è la strategia di una destabilizzazione volta a stabilizzare, cioè a lasciare il potere esattamente così com’è. C’è un rischio analogo oggi? Si c’è.." 
Poi parli di Preiti e spinto da Santoro fai considerazioni molto precise su Falcone e sulle modalità dell'attentato che l’ha ammazzato, e dici due cosucce parecchio pesanti: “Falcone era intervenuto rompendo il patto tra un pezzo del potere italiano e la mafia perché la vera storia di questi anni sta nel fatto e secondo me questa è la spiegazione della scelta di riina, che la mafia ha sempre avuto un rapporto col potere italiano, il rapporto era in particolare con la democrazia cristiana e con una corrente della democrazia cristiana, quella che faceva capo ad andreotti, per essere chiaro dirlo oggi può apparire persino spiacevole [perché?] averlo detto ieri aiuta ad un’interpretazione di quello che è accaduto, tanto è vero che uccidono salvo lima e poi uccidono salvo, mandano chiaramente un messaggio, come a dire andreotti, quella democrazia cristiana, che con noi hai trattato per tanto tempo, che ci hai garantito impunità, che in Cassazione ci consentivi ogni volta di uscirne incolumi, com’è che questa volta ci fai andare tutti quanti in galera? E lì, anche perché c’è stato l’89, è finito un certo mondo, la situazione esplode”.

Ecco, questo 'signore' che è venuto in Commissione Antimafia non si sa per far cosa, "ho passato quattro anni in antimafia a cercare di capire la verità" dice, è venuto nella tana dei lupi Santoro e Travaglio a dire alcune cose da rivoluzionario e altre da gattopardo, ossia è venuto a giocare a fare il rivoluzionario ma fino a un certo punto!
A puntare il dito contro i servizi "deviati" e la massoneria, contro chi cerca il voto di scambio e poi contro un livello superiore ma impalpabile, intoccabile, innominabile e dunque imprendibile!
Forse addirittura inconcepibile, insomma un mistero dogmatico!
Perché qualcuno ci sarà - come gli ripete continuamente Travaglio, che propone pure nomi in alto, ma a lui no, a Walter quei nomi non piacciono, sulla loro onestà ci mette la mano sul fuoco - ma non si sa e non si può sapere, quindi Walter sembra dirci tanto vale che ci scordiamo di poter sapere la verità, di poter avere giustizia!

Cerco di capire, quindi lui è in Commissione Antimafia per capire la verità ma in trasmissione è venuto per NON dircela e per convincerci che napolitano non c'entra nulla.

Capisco che venuto a fare il pompiere, peggio, è venuto a destabilizzare - con quell'inizio dirompente - per poi stabilizzare, con le sue parole da pompiere che dicono SOLO 


lunedì 19 gennaio 2015

Fassino? Chiamparino? Prendiamo a caso un piddino?

È chiaro che la eventuale nomina di un qualsiasi renziano, che sia stato sindaco di Torino o meno, che sia fassino o chiamparino, o delrio - o altri di cui si chiacchiera, da gentiloni a franceschini, a un qualsiasi altro ministro come padoan, pinotti, ecc - sarebbe la scelta di un "presidente della repubblica notaio", così viene descritta, giustamente, dagli organi d'informazione.



Essi però non dicono che ciò sarebbe uno schiaffo gravissimo ai principi costituzionali, una compromissione netta degli equilibri fondamentali che stanno alla base di ogni stato di diritto, e quindi un colpo di stato - diverso nella forma, ma uguale nella sostanza, a quello rappresentato da un presidente della repubblica che abusa dei propri poteri, dirigendo e indirizzando i lavori del parlamento - si passerebbe così da un re giorgio che abbiamo visto tristemente osannato dagli abitanti di Monti, a un custode il cui ruolo non è altro che ratificare le decisioni che re matteo impone a un parlamento già suo:



Questa si che è antipolitica: ratificare le decisioni di un sultano!

Perché l'accordo, con un "notaio" al Quirinale, sarebbe evidente: io - in realtà noi, la coppia del nazareno - ti porto su e tu continui il lavoro iniziato da napo, fino a ottenere l'approvazione delle schifosissime, illegittime e antidemocratiche "riforme", dopodiché cambiamo insieme la Corte costituzionale sfigurandola completamente così da non avere più alcun ostacolo, né per poter cambiare ancora a piacimento la Costituzione, né per scrivere leggi come ci pare senza alcun timore che giudici comunisti vengano a mettere i bastoni fra le ruote.
E la grazia per b sarebbe solo un apostrofo rosa...

Finalmente via i "lacci e lacciuoli" e nessun "premier" sarà più costretto a lamentarsi blaterando cose tipo «sono bravissimo, ma gli altri non mi lasciano governare»!


In realtà lo stesso varrebbe per chiunque avesse dato sostegno o vicinanza al cosiddetto patto del nazareno, si evidenziano quindi i nomi di d'alema, violante e finocchiaro, per esempio, ma anche di un bersani, che le cronache di palazzo danno per attivissimo in questi ultimi giorni e finalmente pacificato con b e i suoi.

Analoghi timori avvolgono la eventuale scelta di una figura come mattarella o come quei giudici "negazionisti" che, saggi o non saggi, hanno fornito appigli, motivazioni, voti "eccentrici" e commi per accroccare quelle controriforme scritte coi piedi che oggi si cerca di far passare in tutti i modi, cancellando forse definitivamente la nostra possibilità di essere rappresentati.

A quel punto noi che si fa?
Ci mangiamo anche questa?



giovedì 8 gennaio 2015

È dura essere amati da coglioni.

In seguito alla notizia dell'assalto vile e ingiustificabile al settimanale satirico 'Charlie Hebdo', vedo ovunque fiorire come crisantemi le discusse, a volte urticanti, altre volte semplicemente offensive vignette che hanno reso il giornale noto anche fuori dai confini francesi, pur senza risollevarne le sorti finanziarie.

Annoto sommessamente che il risultato più rilevante dell'attacco sono le prevedibili becere strumentalizzazioni come titoloni del genere:
                          
Ma è su un altro punto che vorrei attirare l'attenzione dei crociati dell'indignazione un tanto al chilo e dei professionisti della difesa intransigente dei diritti e delle libertà in casa degli altri, però ciechi e sordi in casa propria: essi forse non sanno che quello è il paese dei 'Les guignol de l'info' e del 'Le Canard Enchainé' per dire i primi nomi che mi vengono in mente, gente che come minimo dava del ladro seriale all'uomo più potente di Francia con una leggerezza ormai impossibile da noi!

Mentre il paese in cui vivo io e anche loro è quello dei si sa ma non si dice, in cui una persona che semplicemente descrive pubblicamente ciò che è sotto gli occhi di tutti mettendoci un pizzico di ironia e satira viene accantonato, normalizzato, silenziato, messo nella condizione di non disturbare il manovratore.

Al volo sul treno mentre sto andando al lavoro mi vengono in mente solo gli esempi, nell'ordine, di grillo che ironizza sui socialisti nostrani e da allora è sparito e sappiamo cos'ha dovuto inventarsi per costringere di nuovo l'Italia intera a parlare di sé..

Un benigni domato - perché normalizzato è troppo poco - che partendo dal francamente eccessivo smadonnamento e dall'amore per Berlinguer (illegale si sa, su di lui è ammesso solo dileggio e revisionismo di regime) e passando per una splendidamente ingenua irriverenza da 'piccolo diavolo', è giunto in senilità anticipata conclamata a una sviolinata clericale come non si vedeva da tempo, tanto che sotto natale han pensato bene di farne repliche!

La categoria dei silenziati è foltissima, sono troppo gggggiovane per ricordare propriamente Pasolini o Carmelo Bene, mi basta pensare alle parabole professionali di Indro Montanelli ed Enzo Biagi..personalmente l'editto bulgaro brucia ancora come uno sfregio subito sul mio stesso volto, da poco gentilmente rieditato in salsa cinese dall'attuale premier, #matteorenzi.

Un'altra esperta di interruzioni improvvise per il troppo fastidio al manovratore è certamente Sabina Guzzanti, il suo 'Raiot - Armi di distrazione di massa' è diventato vero e proprio caso di studio e c'è voluta la Cassazione per restituirla al 'servizio pubblico' ma non è certo bastato uno spazio di due mesi concesso a forza di sentenze a riparare una tale arrogante e violenta lesione della libertà di espressione!
Non contenta Sabina ha dimostrato tutta la sua tenacia, indipendenza e voglia di raccontare il paese che ama con 'Draquila' e ancora il governo di allora (praticamente lo stesso di prima, ma a distanza di 7 anni) ha nuovamente saputo dimostrarle sostegno e considerazione.
Oggi, mai doma, ha toccato (a mio modesto parere) l'apice del suo impegno con la sua ultima fatica, evidentemente una fatica pazzesca se lo stato non solo ha negato finanziamenti ministeriali, ma persino il riconoscimento (gratuito) di "interesse culturale"!
E infatti è così poco interessante che dopo il termine della normale programmazione è tornato nei cinema!

Questo paese, che sa essere meraviglioso ma anche schifosamente indolente, ha osservato in un mutismo sconcertante un progressivo silenziamento (quando non addomesticazione e strumentalizzazione) della satira più libera e popolare, specie se in prima serata - dalla genialità del duo Dandini-Guzzanti da 'Avanzi' in poi, a quella da nobel di Fo o quella più sottile e ignorata di Bergonzoni, per citarne solo alcune - e parallelamente all'inquinamento e alla neutralizzazione della capacità informativa del mezzo più usato, se è ancora vero che «per informarsi, lo strumento condiviso da quasi tutti è il telegiornale: vi ricorre l’86,4% degli italiani».

La 'cura Ludovico' operata su quella che era una volta la più grande impresa culturale italiana, ci ha lasciato con una Rai ancora berlusconizzata, governativa e conservatrice come non mai, in cui sopravvivono rare "riserve indiane", ma che un tale patrimonio ha sperperato e continua a sperperare.

Consideriamo per un attimo il fatto che ci si straccia le vesti perche un attacco paramilitare a un giornale satirico viene letto come colpo alla libertà di espressione dimenticando che praticamente ogni santissimo governo della Repubblica Italiana ha avuto - e ha - nel cassetto un'ampia gamma di 'leggi bavaglio' sull'informazione tutta, dopo aver già colpito la satira diverse volte, in modo diretto e indiretto!

Apriamo gli occhi..va bene che la coerenza e l'onesta intellettuali sono impossibili, mais..serons nous trop cons qua!?

                        
Aggiornamento: ieri mentre scrivevo questo, anche Alessio Liberati, nel suo blog sul Fatto quotidiano, ha pensato di ricordare alcuni dei maltrattamenti subiti da chi critica troppo efficacemente il potere, facendo magari spuntare un sorriso nella bocca dei non sudditi, poi in serata Travaglio è stato assai più preciso e sistematico di me, ovviamente.
Mi piace anche segnalare l'attivismo su twitter di Pasquale Videtta:
                 

lunedì 1 settembre 2014

Judge a magazine by its cover and a prime minister by his answers

Senza essere noiosamente retorico come l'annunziata e privo delle sue perle di saggezza tipo «un leader dura tanto quanto è efficace la sua azione di governo», le riconosco almeno di distinguersi dalle folle di scrivani adoranti la 'mossa del gelato'.
Rientra forse nella categoria "risvegli tardivi", ma c'è chi se la prende comoda e si chiede se «ha perso il tocco»!



Esseri di dubbia utilità che si guadagnano (?) il pane - o meglio, il pranzo alla buvette - sprecando fiumi d'inchiostro e tonnellate di carta per convincerci della sagacia, intelligenza e ironia della "risposta mediatica" di renzi che poi, con sprezzo del ridicolo, arriva a dire «Il giorno in cui mi pentirò di un sorriso vorrà dire che ho sbagliato mestiere»!

Come al solito è fiero di guardare il dito mentre l'Economist indica una barca che affonda, una barca su cui siamo tutti. 
Forse il 'premier' è contento del miglioramento da quando il Wall Street Journal prevedeva all'Italia del governo letta una stabilità da cimitero?

In ogni caso, si capisce che egli nota - o, anche peggio, pretende che gli altri notino - solo il dettaglio che lo riguarda dell'immgine di copertina, non prende il considerazione il quadro completo, che raffigura un draghi tra l'impotente e il rassegnato, per nulla convinto di quello che sta facendo, e la coppia merkel-hollande in prima fila nel disastro con la merkel che quasi beffarda sorride (o ci sorride), magari rimandando ai sorrisoni che insieme a sarko' ci indirizzò quando in sella c'era un sultano diverso, uno col riporto e i tacchi alti.

Non parliamo poi del titolo, #matteorispondi: stiamo colando a picco? E perché??

Mi ricorda quando un suo predecessore (uno a caso) disse «La media degli italiani è un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco... È a loro che devo parlare.», il registro è identico.

Ovvio, finalmente tutto torna.




martedì 22 luglio 2014

la staffetta b - r deve accelerare il passo

Ma quanto mi dispiace!
Proprio mentre l'opera di "normalizzazione" delle larghe intese si sta di fatto completando - implicitamente e involontariamente realizzando la relazione pd-l lanciata da grillo tempo fa - e pare poter andare anche oltre arrivando quasi a insidiare parte dello stesso m5s, che cominciava qualche segno di cedimento.. bene proprio ora, arriva emilio fido e vuota (un po') il sacco!!




Ce la farà l'unto di Rignano sull'Arno a completare la sua perversa opera prima che la verità gli esploda in faccia con una evidenza tale da rendere inutili i suoi scrivani e rompendo i fragili equilibri di cui ha bisogno?

O magari sarà la debolezza dei conti che non fanno che peggiorare a costringerlo a una fine ingloriosa?

venerdì 28 febbraio 2014

Il cambiamento

Il berlusconi fu decaduto ridiventa impunito seviziatore della già martoriata giustizia italiana.
Quando? #adesso! con @Matteo Renzi.


mercoledì 19 febbraio 2014

"L’abbraccio di Berlusconi, lo schiaffo di Grillo."

Sarò strano io a dare più peso alla sostanza a scapito della forma, sarò feticista del controcorrente visto che quasi tutti dicono il contrario, ma credo che Grillo abbia fatto bene a perculare Renzi in diretta www.

Certo, il voto online degli iscritti, per la seconda volta contrario (seppur di poco) sia alle indicazioni dei 'guru', sia ai pareri espressi da molti eletti a 5 stelle, era stato chiaro e andava rispettato, per molti motivi diversi, riassumendo: sia per motivi di forma mostrando finalmente rispetto per le istituzioni in una fase molto importante e insieme molto delicata, sia per motivi di sostanza cogliendo una delle rare occasioni di aperto confronto faccia a faccia e le possibili conseguenze che un tale incontro avrebbe potuto originare.

Non sbaglia dunque chi accusa Grillo di non aver rispettato il voto degli iscritti e la volontà di confronto da esso espressa, ma se davvero gli è stato chiesto di partecipare (da chi? dai capigruppo?) non credo ci si potesse attendere qualcosa di diverso. Credo infatti che una volta presa la decisione di partecipare alle consultazioni, si suppone con intento costruttivo, ci sarebbe dovuto andare qualcuno convinto dell'utilità di quel confronto, penso magari ad Orellana, in modo da realizzare al meglio quell'intento.

Una volta che all'incontro invece ci va lui, non poteva andare diversamente, giustamente mia sorella ha commentato senza problema "ha fatto il Grillo, ha fatto bene".

E credo che abbia ragione, perché chi si sente deluso o indignato per il comportamento di Grillo, dovrebbe considerare l'approccio con cui Renzi ha portato avanti queste consultazioni, sta formando il governo e sta gestendo il confronto con gli altri partiti e riflettere se, soprattutto alla luce del surreale comunicato di berlusconi e del vero e proprio diktat di alfano, era possibile per il m5s avere un ruolo sensato.
C'era realmente una possibilità di dialogo?



D'altra parte lo fa capire subito Renzi che dicendo "non siamo a chiedervi un voto di fiducia, non siamo a chiedervi un governo.."
Personalmente è sembrato un deja vu e così facendo toglie dall'imbarazzo il suo interlocutore che sarebbe invece stato in seria difficoltà se messo di fronte a una seria intenzione di realizzare alcuni punti programmatici insieme. Grillo infatti mostra immediatamente il suo sollievo con una battuta e ha buon gioco a ribadire l'estraneità del movimento ai 'soliti giochi di palazzo'.

Con un tale 'brutto incipit' Renzi solleva Grillo da ogni ruolo di responsabilità e immediatamente fa uscire la politica dalla porta, trasformando quello che sarebbe dovuto essere un confronto aperto in una gara di monologhi in cui, tra colpi di sciabola, fioretto e qualche stilettata, vince a mani bassi l'unico che non è ingessato dal ruolo istituzionale.

Il ruolo lo costringe a tenere un tono tollerante e conciliante e Renzi ne è estremamente cosciente, lo si vede dal 'low profile' tenuto fino allo stremo e da quel "ragazzi, serenità!", l'invito con cui congela i cenni di polemica dei suoi, soprattutto di un Delrio che scalpita soprattutto al "quel decreto non abolisce le provincie" unico ma preciso ed efficace intervento di Di Maio.

Ciò fin quando si rende conto che sta accusando troppi colpi senza ribattere, "siete stati eletti per fare i sindaci, non per fare 'ste robe" e "non sei più credibile" sono in effetti belle bordate..
E allora riprova a più riprese ad esporre delle idee programmatiche (principalmente riforme istituzionali) e goffamente prova a metterla sul 'dolore', prima con le due ragazze che si sono uccise ieri e poi, dopo la controbattuta “Non è il trailer del tuo show, ti va male la prevendita?”e la geniale "esci da questo blog", sbotta ancora in modo francamente patetico: “questo è un luogo dove c'è il dolore vero della gente".

Grillo è certamente andato sopra le righe ma anche da Renzi ci si poteva attendere un altro approccio. Se tale è stato non è certamente per caso, era obiettivamente un incontro a cui per primo lo stesso Renzi non aveva nulla da chiedere, ha provato a farne l'ennesimo spot ma non era aria.

Le dichiarazioni successive, quelle ai giornalisti, sono state anche più interessanti..

martedì 18 febbraio 2014

Fondata sul lavoro.

Oltre all'immediato richiamo all'articolo 1, spesso strumentalmente banalizzato, ma che banale è solo all'apparenza, la Costituzione Italiana fa spesso riferimento al lavoro, in modo diretto o indiretto a dimostrare che dire esplicitamente 
«L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» 
non fu, come molti vorrebbero far credere, un vuoto diktat da "comunisticomunisticomunisti" né un vezzo da "radical-chic", ma il riconoscimento del ruolo che il lavoro ha e deve avere nella vita dell'uomo e nella società: non è un caso che di diritto al lavoro parlino almeno 10 articoli e che a questi seguano quelli relativi alla impresa e al credito.

Il lavoro, per la Costituzione, non deve essere qualsiasi né a qualsiasi costo, anzi, come recita l'articolo 4:
«La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.»

Nell'ottica dunque di concorrere, «secondo le proprie possibilità e la propria scelta», al «progresso materiale o spirituale della società», esso va protetto, regolato e quando possibile migliorato:
«La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.
Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero.» (Art. 35)
per tendere costantemente, come recita l'Articolo 3, al «pieno sviluppo della persona umana» allo scopo di favorire «l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Ma leggendo gli articoli immediatamente successivi 
«Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.» (Art. 36) 
«La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.» (Art. 37)
diventa evidente quanto ormai la realtà degradata che viviamo quotidianamente si sia allontanata dal dettato costituzionale, sia in termini di degna retribuzione sia di parità nella fruizione dei diritti!

Per la Carta, anche quando il lavoro non c'è più, che sia per un tempo breve o definitivamente, va garantito il rispetto della «pari dignità sociale» di ogni cittadino:
«Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L'assistenza privata è libera.» (Art. 38)

Ma nessun diritto va mai dato per scontato, è anzi necessario difendere e ribadire il grado di civiltà raggiunto con i mezzi e nelle sedi opportune. Per questo è garantita la libertà dei sindacati, come organizzazioni mediante cui i lavoratori difendono i propri diritti:
"L'organizzazione sindacale è libera.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
E' condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce." (Art. 39)

Dunque viene formalmente riconosciuto come diritto fondamentale il principale mezzo che i lavoratori hanno per far valere le proprie ragioni:
"Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano." (Art. 40)

A ribadire, anche dal lato della «iniziativa economica privata», che il lavoro non deve essere qualsiasi né a qualsiasi costo, è il successivo Articolo 41 che è stato, non per caso, fatto spesso oggetto di attacchi per indebolirlo:
«L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità; sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.» 
Per limitare e non assecondare l'interpretazione della libertà di iniziativa economica come finalizzata al mero accumulo di profitto e «stabilire equi rapporti sociali», «la legge impone obblighi e vincoli» e «aiuta la piccola e media proprietà» (dall'Art. 44), inoltre sono previste nella Costituzione espropri e trasferimenti di «imprese o categorie di imprese» per destinarle «allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti», allo scopo di salvaguardare utilità e interesse generale, e:
«Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.» (Art. 46)


Non è possibile ripercorrere qui la parabola compiuta dal diritto del lavoro negli ultimi 70 anni, né ricostruire la complessa evoluzione del conflitto sociale in questo paese e del rapporto tra lavoratori, sindacati, aziende, né descrivere come questo rapporto sia stato prima regolato e poi sostanzialmente deregolato dai moltissimi interventi legislativi, di cui diversi illegittimi.

Semplicemente volevamo provare a tornare ai principi costituzionali, ricordando che vennero formulati in un paese in macerie e con l'intenzione di costruire, dopo profonde riflessioni e accesi dibattiti, una comunità politica e sociale adatta a creare reale benessere per tutti, come a fissare lo scheletro di un ambizioso ma necessario programma politico di lungo respiro.

E restituirvi l'impressione di quanto oggi ne siamo lontani.

domenica 9 febbraio 2014

Due domandine su dignità e sovranità

Chi conosce le statistiche di accesso a questo blog sa che non ci piacciono i post popolari. Oggi vogliamo farci un paio di domande sorte naturalmente da un pezzo del sempre ottimo Marco Lillo, che non ha ricevuto la meritata visibilità e che cito: 
"I pm napoletani quel giorno chiedono increduli: “Cioè loro (il Pdl, ndr) individuavano la Camera di appartenenza in relazione a quella dove era più possibile non avere l’autorizzazione a procedere?”. E De Gregorio conferma. Ieri il Senato, dove si sono fatti eleggere Verdini e Berlusconi non è stato un valido scudo. Anche se la costituzione di parte civile del Senato rischia di essere un bel segnale simbolico in un processo nato morto."
Passando sopra le valutazioni etiche e morali (ormai non solo inutili ma addirittura fuori moda..) che da tali parole potrebbero facilmente scaturire, a proposito dei comportamenti e della stessa natura di una parte politica che conosciamo, ci chiediamo dunque: la prescrizione si può allungare? E il processo in corso si gioverebbe di una tale modifica o ciò non è permesso dalla natura garantista della nostra legislazione?

Cominciando dalla fine: l'ultima volta che ho visto, a poter incidere su processi in corso, acquisendo così valore retroattivo, sono solo le norme con effetti 'favorevoli all'imputato'. Dunque no, ha ragione Lillo, questo sembrerebbe proprio un 'processo nato morto'. 

E però non credo ciò fosse un mistero: essendo note la lunghezza della prescrizione e la data del misfatto, lo sapevano di certo tutti i senatori, quelli che hanno votato 'si' e quelli che hanno scelto il 'no'! E lo sapeva certamente il presidente Grasso che ci ha fatto una gran figura (o per meglio dire ha risparmiato al Senato l'ennesima onta).
Ma allora, a ben guardare, che figura ci fa il Senato nel costituirsi, perdipiù in un modo apparso molto controverso e contrastato, parte civile in un 'processo nato morto'? Aveva senso una tale, apparentemente aspra contrapposizione?

La conseguenza di una sentenza di prescrizione sarebbe allora una evidente ed eclatante manifestazione dell'impossibilita di ottenere giustizia in questo paese.. Perfino quando la parte lesa è un ramo del Parlamento, la sua istituzione più alta, 'sovrana', addirittura!!
Bella sovranità di Pulcinella..

Torniamo dunque alla prima domanda: la prescrizione si può allungare? Ossia, è possibile cominciare a riparare ai danni che il berlusconismo ha inferto a questo paese o dobbiamo ancora aspettare molto tempo prima di riprenderci un po' di dignità?

Nota a margine: la scelta di Grasso è sembrata molto coraggiosa, e così intrinsecamente carica di dignità, da suscitare in molti l'auspicio che egli possa succedere a Napolitano.
Accedere in soli 7 anni (o anche meno) alla più alta carica individuale prevista dalla Costituzione, sarebbe certamente la più fulminante carriera politica mai vista!
Non è la prima volta che tali auspici si presentano e siamo convinti non sarà l'ultima.

giovedì 28 novembre 2013

Decadenza smisurata

Dunque pare che non sia un colpo di stato..

C'è invece il rischio che sia, finalmente, lo stato che batte un colpo, ma di sicuro ci sbagliamo..

Sarà stata una svista,
di certo un'anomalia,
forse una distrazione,
al massimo un dovere.

venerdì 6 settembre 2013

Di pressioni e sorprese, conti e caso.

Da Telese adesso è appena riemersa sorpresa e incredulità nel constatare che gli yesmen (di tutti gli schieramenti) seduti in parlamento han votato la legge severino senza pensare che potesse applicarsi a b.


Perché in studio hanno, o fan finta di avere, scarsissima conoscenza di quello che succede nel rapporto tra le istituzioni o perché non sanno cosa sia la logica?
Forse entrambe le cose.

Ricordo, agli smemorati del caso, che questo paese ha una lunghissima 'tradizione' di tentativi di condizionamento della magistratura che hanno avuto alterne fortune..
È dunque con ogni probabilità questo 'dettaglio', insieme alla 'spada di Damocle' della prescrizione (che la difesa aveva stimato con 'generosità' proprio sperando che i giudici ci cadessero e se la prendessero comoda), che ha fatto pensare agli onorevoli yesmen (che sappiamo essere né dei geni, né degli indovini) "ma figurati se arriva una condanna..!!!"

Ma i vari giureconsulti della mutua e azzeccagarbugli del sultano non avevano considerato quella strana cosa che non hanno mai capito: la legge.
In particolare, com'è ormai notorio, l'obbligo per la Cassazione di procedere d'urgenza in caso di rischio di prescrizione.

Capiamo il loro naturale disprezzo per essa, ma pretendere lo stesso dalla Suprema Corte....!

Dunque tutti i sistemi per 'prevedere' la composizione del collegio giudicante e relative, eventuali - così verosimili da sembrare scontate - pressioni, sono state totalmente vane e si è originato il risultato di cui ora tutti godiamo.
Dunque finiamola con questa ridicola sorpresa da marziani!  

Perché in questo paese le cose vanno cosi e se, a certi livelli, la legge riesce a farsi valere è, spesso, solo per caso, cioè perché i cattivoni hanno sbagliato il conto.

Vediamo di darci tutti una svegliata, per cominciare a farlo girare per bene!

lunedì 19 agosto 2013

Sicurezza di cosa?

"Sicurezza è libertà", questo è il motto che fa bella mostra di sé nel sito del "Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica", ossia il complesso degli apparati di sicurezza italiani che, se non lo sapete ve lo dico ora, sono stati recentemente riformati un paio di volte.

Prima venne la legge 124 del 2007 (in sostituizione di quella precedente, del '77) per, tra le altre cose, accentrare tutti i poteri nelle mani del premier escludendo ministri di difesa e interni.
Pensata da menti fini tra cui non sfigura quella del figlio del 'picconatore' fu molto utile perché approvata giusto in tempo per incidere sugli esiti processuali del sequestro di Abu Omar e mettere il segreto su un po' di atti relativi a quelle e altre indagini.
Ma certamente, come fanno intendere quelli dei servizi, è una legge migliore perché assegna al DIS, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, "compiti specifici e più incisivi" della legge precedente. Dunque mettere tutto nelle mani di uno solo mi pare un prezzo giusto da pagare per una tale "efficienza".
Si, come no.

Poi, il pur già dimissionario Prodi, con un suo decreto, dal poco rassicurante titolo "Criteri per l'individuazione delle notizie, delle informazioni, dei documenti, degli atti, delle attività, delle cose e dei luoghi suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato", definì gli "interessi supremi da difendere con il segreto di Stato": "l'integrità della Repubblica, anche in relazione ad accordi internazionali; la difesa delle Istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento; l'indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e le relazioni con essi; la preparazione e la difesa militare dello Stato", peccato però che contro il secondo di questi "interessi", il più importante credo, un diverso tipo di attentato, ben più subdolo e strisciante ma anche più efficace, fosse già operativo..
E dunque non si capisce cosa facciano per difendere le istituzioni repubblicane visto che i servizi prendono ordini da chi le minaccia.

Un anno dopo il decreto un'innovativa risposta la dette la 'scandalosa' sentenza della Corte Costituzionale che legittimò l'abuso discrezionale del segreto compiuto dai governi Prodi e Berlusconi: i servizi segreti fanno i sequestri di persona e va bene così.
Un bel passo avanti dal '94, quando ci si limitava a far sparire l' "arsenale della Maddalena": 400 missili, 16.000 razzi, 30.000 mitragliatori, milioni di proiettili e chissà che altro.


Infine è arrivata la legge 133/2012 approvata all'unanimità dal Parlamento su proposta del COPASIR, durante la presidenza D'Alema (prima di lui si sono alternati Scajola e Rutelli, ora c'è Stucchi, nomi di un certo peso insomma..), che fa poco o nulla oltre a fintamente rafforzare il COPASIR stesso, ad esempio assegnandogli il diritto di parere (non si capisce quanto vincolante) e di chiedere il permesso al premier per indagini interne.

Insomma, visto il ruolo che i servizi segreti hanno assunto nella storia repubblicana e anche di recente, come fanno ancora a dire "Sicurezza è libertà", con quale faccia???

Di che sicurezza e soprattutto di che libertà vanno cianciando?

martedì 13 agosto 2013

Dal sequestro Abu Omar alla grazia al colonnello Joseph L. Romano III: una "storia sbagliata" e un pericoloso precedente

Venendo meno alla stessa "dottrina" cui il presidente Napolitano, fin dall'inizio del suo primo settennato, ha più volte, esplicitamente, fatto riferimento e adottato, il 5 aprile 2013 il Capo dello Stato ha concesso la grazia al colonnello statunitense in forza alla NATO, Joseph L. Romano III che fu condannato in via definitiva il 19 settembre 2012 per aver concorso, in territorio italiano, alla nota operazione di extraordinary rendition ai danni del cittadino egiziano Osama Moustafa Hassan Nasr, meglio conosciuto come l’imam Abu Omar.


I fatti: l'imam venne rapito a Milano, trasferito contro la sua volontà nella base NATO di Aviano in cui il colonnello Romano, nella sua qualità di ufficiale responsabile della sicurezza della base, aveva atteso i sequestratori e garantito loro l’ingresso sicuro e la possibilità di imbarcare il sequestrato su un aereo che lo conduceva a Il Cairo, in cui l'imam fu imprigionato per 14 mesi e più volte torturato.
Alla prima liberazione, avvenuta il 19 aprile 2004, a causa della violazione di un patto di "riservatezza" sulle circostanze del sequestro (che Abu Omar ha dovuto accettare per essere rilasciato), seguì dopo alcuni giorni una seconda prigionia.

Nelle complesse indagini, durate quasi due anni e mezzo, gli inquirenti portarono "incidentalmente" alla luce il tanto vergognoso quanto taciuto scandalo dell'archivio illegale nell' "ufficio riservato" al 230 di via Nazionale che conteneva, tra le altre cose, materiale per operazioni contro potenziali avversari politici del centro-destra, piani di "occupazione" della pubblica amministrazione e degli organi di sicurezza legati al governo (con "bonifica" degli uomini non fidati e loro sostituzione con elementi leali ai nuovi vertici che Berlusconi aveva appena nominato) e materiale relativo a crisi internazionali in Africa e nell'est Europa.
Questo archivio, che rappresenta una delle cose più indegne della storia repubblicana, sarebbe stato realizzato utilizzando informazioni riservate ottenute da persone introdotte in procure, nelle Forze Armate, nella pubblica amministrazione e negli organi di stampa.


Tornando al sequestro, le indagini hanno portato all'incriminazione di 23 agenti Cia e 7 italiani (tra cui l'ex capo del SISMI e il suo vice) e non sono mancati né depistaggi operati dalla Cia (che in un dispaccio segnalava la presenza di Abu Omar nei Balcani) e false coperture diplomatiche per i loro agenti in perfetto stile "spy story", né profondi contrasti istituzionali, in primo luogo con gli esecutivi che tutti, da Prodi a Berlusconi e Monti, in perfetta continuità, «hanno cercato di ostacolare l'accertamento delle responsabilità brandendo un segreto di Stato di volta in volta sempre più esteso e usando reiteratamente, e in modo inedito, l'arma del conflitto di attribuzioni contro ogni grado della giurisdizione (Procura, Gip, Tribunale, Corte d'appello, Cassazione)» per difendere quel segreto posto con qualche ritardo e apparso fittizio fin da subito.
In secondo luogo con i relativi ministri della Giustizia che, evidentemente afflitti da totale sordità, non hanno mai risposto alle richieste della Procura di Milano per spiccare i mandati di cattura internazionale, che alle condanne sarebbero dovute seguire naturalmente, in barba al principio di leale cooperazione nei rapporti tra poteri dello Stato!

Anche per questa tenacia nel rispetto delle leggi e per il vero senso dello Stato dimostrato, non nascondo la mia profonda ammirazione per il pm Armando Spataro, che ha recentemente ribadito: «il Consiglio d’Europa e il Parlamento Europeo, oltre che organizzazioni umanitarie e accademici di tutto il mondo, hanno mostrato alto apprezzamento per il rispetto dei diritti umani e l’efficacia investigativa dimostrati dall’Italia. Quell’indagine non è frutto di un errore ed è un precedente solo positivo di cui l’Italia dovrebbe essere fiera».

In effetti, come anche riconosciuto nel citato comunicato del Quirinale, le extraordinary renditions sono pratiche condannate dalla Corte di Strasburgo in violazione degli artt. 3 (divieto di tortura), 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e 13 (diritto ad un ricorso effettivo) della CEDU, dunque gravi violazioni dei diritti umani.


Nel comunicato del Colle invece si preferì vagheggiare di "pratiche non compatibili" per poi insistere in verso opposto, giustificando la posizione del colonnello usa parlando di "sfide alla sicurezza nazionale", "preciso e tragico momento storico", "clima di paura e preoccupazione", "strumenti più idonei per debellare il terrorismo internazionale" e infine di "fatti ritenuti legittimi" dalle istituzioni americane.

Insomma una lunga e laboriosa costruzione per un fragile castello di scuse a sostegno di quest'atto di clemenza.

Fragile castello di scuse perché si regge su considerazioni politiche, cioè proprio quelle che la Corte Costituzionale ha voluto dichiarare non ammissibili, al fine di concedere la grazia, con la fondamentale sentenza n. 200 del 2006 che discende da una precisa ratio decidendi, e che ha definitivamente ribadito come (cito direttamente dal testo, grassetto mio)

 «il suo impiego debba essere contenuto entro ambiti circoscritti destinati a valorizzare soltanto eccezionali esigenze di natura umanitaria»,
pertanto ne ha riconosciuto la 
«potestà decisionale del Capo dello Stato, quale organo super partes, “rappresentante dell’unità nazionale”, estraneo a quello che viene definito il “circuito” dell’indirizzo politico-governativo»,
anche al fine di
«evitare che nella valutazione dei presupposti per l’adozione di un provvedimento avente efficacia “ablativa” di un giudicato penale possano assumere rilievo le determinazioni di organi appartenenti al potere esecutivo».
Nella grazia a Romano invece non c'è traccia di ragioni di natura umanitaria, al contrario le motivazioni sono fortemente politiche, e non solo, come abbiamo già visto, sul versante dei rapporti con gli usa ma certamente, quando nel comunicato si affermava che "l'esercizio del potere di clemenza ha così ovviato a una situazione di evidente delicatezza sotto il profilo delle relazioni bilaterali con un Paese amico, con il quale intercorrono rapporti di alleanza e dunque di stretta cooperazione", s'intendeva anche dare un esempio (presunto!) virtuoso all'India, invocando implicitamente che un'analoga clemenza risolvesse l'altrettanto delicata questione dei maro', così svilendo una volta di più, credo, ciò che rimane della nostra sovranità e dell'onore nazionale, auspicando nei fatti, da parte indiana, un'analoga violazione sia delle loro leggi, sia del diritto internazionale, di quella compiuta dall'Italia.

Dunque con la grazia al colonnello Romano, ultimo provvedimento del suo primo settennato, Napolitano compì un atto che ritengo servile nei confronti degli usa, fece un'offerta che ritengo indecente all'India, sferrò un ulteriore schiaffo alla giustizia italiana (e di questo credo proprio non ci fosse bisogno) e ancora, come accennavo all'inizio del post, agisce in piena discontinuità con tutti gli altri atti di grazia precedentemente concessi!

Infatti al momento della concessione si era in assenza dei necessari motivi di carattere umanitario fissati dalla Corte Costituzionale; si era invece in presenza di forti motivazioni politiche, dalla Corte esplicitamente tenute fuori da quelle ammissibili; si trattava di una condanna per un atto di gravissima responsabilità nella violazione di diritti umani mentre, in casi particolarmente gravi, Napolitano aveva sempre rifiutato atti di clemenza.

Si era inoltre in evidente prossimità temporale con la sentenza definitiva, da cui erano passati solo sei mesi e mezzo senza neanche uno straccio di espiazione o pentimento, mentre all'inizio del settennato, lo stesso Capo dello Stato aveva sottolineato in una nota che «come risulta dalla citata sentenza n. 200 del 2006 della Corte costituzionale [...] la grazia non può mai costituire un improprio rimedio volto a sindacare la correttezza della decisione penale adottata dal giudice», riprendendo e adottando un precedente comunicato del Presidente Oscar Luigi Scalfaro che spiegava: «qualora applicata a breve distanza dalla sentenza definitiva di condanna, la grazia ha il significato di una valutazione di merito opposta a quella del magistrato, configurando un ulteriore grado di giudizio che non esiste nell’ordinamento e determinando un evidente pericolo di conflitto di fatto tra poteri»!!


Risulta quindi evidente che, come dimostrato dal prof. Pugiotto, "l’ultimo atto di esercizio del potere di grazia comporta il rischio di riallocare una prerogativa costituzionale presidenziale nella disponibilità, politicamente orientata, dell’esecutivo" uscendo dunque dall'impalcatura su cui regge tutto il ragionamento della Corte, uscendo dunque dall'ambito di legittimità di quell'atto!

Continua lo stesso Pugiotto (maiuscolo mio): "Più concreto è, invece, il rischio che la riproposizione del potere di grazia in chiave duumvirale LEGITTIMI, IN FUTURO, PROVVEDIMENTI CLEMENZIALI AD PERSONAM, nel senso deleterio che l’espressione ha assunto nel vocabolario politico e nella produzione legislativa degli ultimi lustri. FACENDONE COSÌ UNA POSSIBILE, IPOTETICA EXIT STRATEGY PER PARTICOLARI SCABROSE SITUAZIONI INDIVIDUALI, QUANDO L'ESECUZIONE DI UN GIUDICATO DI CONDANNA TROVASSE RESISTENZA NEL PESO POLITICO DEL CONDANNATO."

VI FA PENSARE A QUALCUNO IN PARTICOLARE?????

È dunque con estremo favore che accolgo la notizia, di questi ultimi minuti, che per un'eventuale grazia a "sua emittenza", il Capo dello Stato dovrà rispondere ufficialmente dinanzi alle Camere!