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venerdì 1 gennaio 2016

auguri Costituzione, auguri Italia

La firma della Costituzione, da parte del capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola,
poi entrata in vigore il primo gennaio 1948

Oggi la Costituzione compie 68 anni, un bel numero, rotondo ed evocativo di un anno importante in questa parte del mondo - fu l'anno prima di Woodstock! - anche se troppo romanzato nelle varie narrazioni.
Numero rotondo e anno emblematicamente difficile per il nostro paese, diviso tra l’invidia o la speranza per un ‘maggio francese’ - magari un po’ in ritardo - e, dall'altra parte, la psicosi o lo spauracchio di cambiamenti ben più che impossibili, il cui anche solo balenare l'illusione sarebbe stato un pericolo intollerabile: a dare l'idea che ben altre erano le 'svolte' possibili, basta considerare che il '68 si situa quasi a metà tra il piano solo e il golpe borghese, operazioni che volevano essere 'eccezioni' alla Costituzione vigente e che per poco non si sono realizzate.

Dunque salutiamo il sessantottesimo anno - forse l'ultimo - dall'entrata in 'vigore' della "Costituzione più bella", ma che pochissimi italiani oggi conoscono in un generale disinteresse e dunque quale 'vigore' ha davvero?
È tra le meno rispettate, almeno nella parte di mondo che convenzionalmente chiamiamo 'occidente', perché la meravigliosa opera formativa e divulgativa avviata agli albori della Repubblica con la pubblicazione e distribuzione gratuita delle Guide alla Costituente, non ha poi avuto alcun seguito e dunque la gente o invecchia e dimentica, o è interessata ad altro e non si cura di sapere (e dunque non cambia niente). Di certo perché i governi che si sono poi succeduti - almeno negli ultimi 25 anni - si son guardati bene dall'alimentare la passione civile delle generazioni successive. Anzi.

Sicuramente è però la più insidiata del mondo, a scorrere i vari colpi di stato armati e non, il «salvare lo stato» a qualunque costo (e beato chi riesce a farci pure dell'ironia), gli attentati insieme ai tentativi di cambiarla e snaturarla, a volte in modo subdolo e vigliacco ma poi disconosciuto, altre volte in modo sprezzante e violento come solo certe false parole sanno essere.


il bell'incipit di ainis che (solo 3 mesi fa?) si accorge del pericoloso complesso delle controriforme renziane, ma comunque non rinuncia agli ambigui equilibrismi (a cominciare dal titolo)

È forse solo per caso che poco dopo la scoperta dei magheggi eversivi di gelli e quindi con l'aborto dell'ultimo tentativo 'esterno' per prendere il potere, hanno iniziato a provarci 'da dentro', mettendo in atto le più varie pratiche per svuotare di senso la Costituzione e la prassi democratica, cominciando a lastricare la via parlamentare per violentare la Costituzione? Forse. O forse no.
Incidentalmente sono arrivati a svuotare di senso l'intera politica nazionale, portandola oggi ad agire solo contro l'interesse pubblico e la qualità e la quantità delle sfide contenute nella stagione referendaria che si approssima lo testimonia eloquentemente: oltre alle controriforme costituzionali e all'italicum, c'è da neutralizzare almeno gli effetti più nefasti di 'sbloccaitalia', 'jobsact' e 'buonascuola' !
I miei complimenti.



La Costituzione del '48 è una bellissima collana di perle.
Ogni perla è un diritto, lí presente perché considerato 'fondamentale', irrinunciabile.

Cosi come ogni perla, che attrae e stupisce per l'insieme di eleganza e semplicità, ciascun articolo è scritto in modo semplice ma mai banale: per essere compreso nella sostanza da tutti e allo stesso tempo consentire livelli di lettura più approfonditi.

E come ogni perla che compone la collana ha un piccolo foro, non immediatamente visibile ma importantissimo perché le tiene tutte legate l'una all'altra, ad un esame attento - che non tralasci la visione d'insieme - si può vedere come anche i nostri diritti fondamentali sono legati, nel comporre la nostra Carta, da un fil rouge che li collega tutti e che li rende complementari.

I padri costituenti ci hanno così consegnato un testo di un equilibrio raro che appare praticamente perfetto nella contemporanea garanzia dei diritti di tutti - quelli collettivi insieme a quelli individuali - e nella conseguente costruzione di una forma statuale votata alla loro conservazione, al loro effettivo esercizio e perfino in grado di promuovere loro miglioramenti e ampliamenti.

Quell'equilibrio è precisamente ciò che dovrebbe intendersi per identità nazionaleun equilibrio del tutto particolare, unico e non ha alcun senso confrontarlo con quello maturato in altri paesi attraverso processi storici, sociali e culturali totalmente diversi.
È inoltre sciocco e disonesto sia disconoscerlo, sia provare a etichettarlo e catturarlo sotto le insegne di uno schieramento politico, quale che sia!

Quell'equilibrio, scritto su un pezzo di carta e perciò assolutamente teorico, per essere reale, vivere e conservarsi attivo necessita della coscienza, altrettanto attiva, dei cittadini e dei diversi attori sociali, in primo luogo delle stesse istituzioni che quell'equilibrio non sono solo chiamate a rispettare ma anche a preservare!


Quell'equilibrio contempera e si alimenta naturalmente delle differenti esigenze, dei vari corpi sociali, a vedere garantito e libero il proprio accesso a quei diritti: non nega la lotta politica, la contrapposizione logicamente conflittuale che inevitabilmente origina dalla convivenza di interessi eventualmente opposti, anzi!
Invece di ignorare il conflitto lo regola e lo pianifica, fornendogli sedi opportune per una risoluzione leale che sia rispettosa di tutte le parti.
La prima di quelle sedi è il Parlamento: sovrano perché cardine del nostro ordinamento, luogo dove i conflitti devono manifestarsi per trovarvi soluzione con il concorso di tutte le forze politiche, cioè di tutti gli italiani insieme, a questo serve la rappresentanza.


Spetta poi alle persone che rivestono pro tempore incarichi istituzionali di consentire e favorire accordi equi, soluzioni vere. E spetta loro come una precisa responsabilità personale - della cui negligenza potrebbero e dovrebbero essere chiamati a rispondere - non come un vezzo, un passatempo o un favore elargito alla comunità.

Tra i conflitti di cui il nostro ordinamento certamente non ignora l'eventualità c'è il più classico, quello tra governante e governato!
Per questo la parte finale del testo, la più delicata, è interamente dedicata alle garanzie costituzionali, ma «dagli anni Ottanta in poi i leader politici italiani hanno scelto l’Anticristo, ed è su tale scelta che costruirono le proprie fortune (il primo fu Bettino Craxi; dopo di lui D’Alema, Berlusconi, Renzi). Perché tutto questo cicaleccio sull’urgenza di correggere la geografia istituzionale ha inoculato un veleno nel corpo della Costituzione, le ha sottratto autorità e prestigio, l’ha delegittimata. E perché l’insuccesso dei vari tentativi di cambiare le regole scritte si è scaricato sulle regole non scritte, allevando una Costituzione materiale opposta a quella formale. Di conseguenza gli italiani si sono trovati in tasca due Costituzioni, e perciò nessuna».


Ricordiamoci sempre che il punto a cui siamo arrivati non è dato dalle debolezze della 'collana' (ogni struttura ne ha) ma da scelte consapevoli di uomini di governo che hanno abusato delle libertà concesse dal loro ruolo senza tenere conto delle responsabilità che parallelamente le accompagnano e sfruttando quelle debolezze per il proprio tornaconto personale e la propria sete di potere.

È così che oggi - dopo una lunghissima e variegata serie di attacchi - sono cadute quasi tutte, una dopo l'altra, a seguito di più di un ventennio fatto di pressioni indebite e infiltrazioni che le ha piegate e plagiate fino a renderle incapaci di dire no al sovrano che siede a palazzo chigi e comanda a bacchetta le due camere.

È il filo rosso del parlamentarismo che tutte queste perle teneva insieme, collegandole in una forma (allora) nuova che più di tanto non può cambiare senza rompere il legame e perdere il significato, ne abbiamo già perso molto, dobbiamo essere coscienti che non è stato perso per caso e che è lo stesso filo da cui possiamo riprendere le perle e risistemare la collana: basterebbe tornare ad avere un Parlamento costituito da rappresentanti invece che da servi del nuovo, ennesimo monarca.

Ma dobbiamo reclamarlo noi in prima persona, o saremo i primi servi.

giovedì 29 ottobre 2015

Autoritaria e incostituzionale

A lungo sono rimasto sconcertato da come renzi e i suoi sgherri in tailleur o giacca e cravatta stanno attuando un rinnovato - ma dal solito, ben noto sapore - tentativo di distruzione della nostra Costituzione, per completare lo svuotamento della nostra democrazia.

Mi scuotono oggi le parole, che meritano ampia diffusione e che sono onorato di rilanciare, di un chiarissimo articolo (l'originale si può trovare qui alle pagine 2 e 3, ho solo messo dei grassetti) del professor Gianni Ferrara, tra le voci più potenti e autorevoli schierate contro le molte lingue allenate a battere il tamburo del potere.





Una premessa è dovuta. Il Parlamento italiano è illegittimo perché eletto con un sistema elettorale giudicato tale con sentenza 1/2014 dalla Corte Costituzionale. In qualsiasi paese civile sarebbe stato sciolto. In Italia invece tale Parlamento legifera, anche in materia costituzionale.

In perfetta coerenza con l’incostituzionalità che avvolge tutto l’ordinamento, il Senato ha approvato in prima lettura un progetto di legge che ne modifica la composizione, le funzioni ed il ruolo attribuitogli dalla Costituzione finora vigente. Contribuisce così a concretizzare un disegno. Un disegno eversivo della forma di governo e della forma di Stato e che stravolge l’identità della Repubblica. Eversivo non solo, e non tanto, perché il Senato perde il potere di concedere o revocare la fiducia al governo e conserva, assieme alla Camera, soltanto per alcune materie il potere legislativo: revisione costituzionale, ordinamento dello stato, leggi elettorali, referendum, minoranze linguistiche, organi di governo, comuni, trattati, estensione dell’autonomia regionale.

Il Senato perde quindi la funzione di deliberare sulla maggior parte dei disegni di legge, per i quali ha solo un potere di emendamento che la Camera dei deputati, provvista dell’intera potestà legislativa,
può benissimo disattendere. Non tanto per queste menomazioni, la “riforma” del Senato è eversiva; lo è per gli effetti che esse producono sull’intero sistema costituzionale combinandosi con la legge elettorale, l’italicum.

Va intanto rilevato che la configurazione del Senato, approvata martedì 13 ottobre, si colloca fuori dei modelli di seconda camera esistenti nel mondo. In nessun paese, a sistema bicamerale, i membri del senato sono eletti dai consigli regionali “su indicazione” degli elettori, mediante listini abbinati alle liste che competono nelle elezioni regionali. È del tutto evidente, comunque, che “indicazione” non significa voto, e l’ambiguità della formula può permettere non poche e gravi distorsioni. Si aggiunga che il numero dei consiglieri-senatori eletti in una Regione per ciascuna lista dipenderà dal numero dei seggi che spetterà alla lista, non dalle libere scelte degli elettori.

Riguardo poi alle nuove funzioni che il testo vorrebbe attribuire al Senato, il meno che si possa dire è che quelle “di raccordo tra Stato e gli altri enti costitutivi e tra questi e l’Unione europea” non risultano munite di strumenti. Né si desume in quale forma il Senato possa partecipare “alle decisioni dirette alla formazione ed attuazione degli atti normativi e della politiche dell’Unione europea”. Quanto mai oscura appare poi la formula con cui dovrebbe concorrere (ma con chi?) alla “valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività delle pubbliche amministrazioni e alla verifica dell’attuazione delle leggi”. Il tipo di valutazione, il tipo di verifica, gli strumenti e gli effetti che produrrebbero sono lasciati alla più ampia ed arbitraria discrezionalità di un legislatore che non si prevede come particolarmente affidabile. Su di un altro piano, lascia infine più che perplessi l’attribuzione dell’immunità parlamentare ai consiglieri-senatori per la loro appartenenza ad un ceto politico rivelatosi non proprio esemplare.

La contrarietà alla riforma del Senato, prevista dal disegno di legge approvato il 13 ottobre, è motivata, come si è premesso, soprattutto dalla sua connessione all’italicum. Una legge elettorale, questa, che si fonda sul “premio di maggioranza”, pari a 344 seggi (24 in più della metà più uno dei 630 della Camera), e lo attribuisce al partito che ottiene il 40% dei voti.
Qualora nessuna lista abbia raggiunto tale quorum, il premio sarà conferito, mediante ballottaggio tra le due liste più votate, a quella tra queste che avrà avuto un voto in più dell’altra, qualunque sia il numero di voti conseguiti in questa competizione: il 35, il 30, il 25% dei voti complessivi.

È del tutto chiaro che sia nel caso che una lista raggiunga il 40% di voti, sia che vinca il ballottaggio, non è ad una maggioranza che si attribuisce il “premio”, ma ad una minoranza, quella che ottiene un solo voto in più di ciascuna delle altre minoranze alle quali però si sottraggono i seggi che si assommano nel premio. Premio che costituisce comunque un privilegio, una appropriazione indebita di seggi che spetterebbero a tutte le altre liste che risultano essere numericamente la reale maggioranza.

Non è per caso che nessun altro paese europeo ammetta un tale capovolgimento della volontà del suo corpo elettorale, trasformando una minoranza in una maggioranza. Si aggiunga poi che le liste elettorali dei 100 collegi plurinominali avranno un capolista che sarà comunque eletto se la sua lista otterrà seggi. Questo significa che chi decide la composizione delle liste, che è di solito il leader del partito, oltre a scegliere tutti i candidati, sceglie pure chi di questi sarà comunque eletto se la lista ottiene seggi nei singoli collegi. Anche se sarà sopravanzato, quanto a voti di preferenza, da altri candidati.

Le conseguenze da trarre da questa descrizione sono incontestabili. Il leader di quel partito che ha scelto i candidati (e, tra questi, quelli da lui nominati come capilista), se all’elezione della Camera dei deputati la sua lista ottiene, anche con solo il 25% dei voti la maggioranza di 344 deputati, otterrà pure, oltre che il potere di governo, il potere legislativo, attraverso il quale anche quello dei contenuti delle sentenze, più quello di eleggere il presidente della Repubblica, tre giudici costituzionali, i membri laici del Consiglio superiore della magistratura.

Snaturando così tutti gli organi di garanzia. Quella garanzia che avrebbe potuto frenare la degradazione autoritaria delle istituzioni cui mira e che sta realizzando Renzi, rinnegando quel principio di civiltà giuridica che è la separazione dei poteri, stravolgendo la Costituzione fino a sfigurare l’identità della Repubblica, da parlamentare in autoritaria, con un solo uomo al comando.

Garanzia che un Senato diversamente configurato avrebbe potuto assicurare. Quello votato il 13 ottobre, no.

lunedì 19 gennaio 2015

Fassino? Chiamparino? Prendiamo a caso un piddino?

È chiaro che la eventuale nomina di un qualsiasi renziano, che sia stato sindaco di Torino o meno, che sia fassino o chiamparino, o delrio - o altri di cui si chiacchiera, da gentiloni a franceschini, a un qualsiasi altro ministro come padoan, pinotti, ecc - sarebbe la scelta di un "presidente della repubblica notaio", così viene descritta, giustamente, dagli organi d'informazione.



Essi però non dicono che ciò sarebbe uno schiaffo gravissimo ai principi costituzionali, una compromissione netta degli equilibri fondamentali che stanno alla base di ogni stato di diritto, e quindi un colpo di stato - diverso nella forma, ma uguale nella sostanza, a quello rappresentato da un presidente della repubblica che abusa dei propri poteri, dirigendo e indirizzando i lavori del parlamento - si passerebbe così da un re giorgio che abbiamo visto tristemente osannato dagli abitanti di Monti, a un custode il cui ruolo non è altro che ratificare le decisioni che re matteo impone a un parlamento già suo:



Questa si che è antipolitica: ratificare le decisioni di un sultano!

Perché l'accordo, con un "notaio" al Quirinale, sarebbe evidente: io - in realtà noi, la coppia del nazareno - ti porto su e tu continui il lavoro iniziato da napo, fino a ottenere l'approvazione delle schifosissime, illegittime e antidemocratiche "riforme", dopodiché cambiamo insieme la Corte costituzionale sfigurandola completamente così da non avere più alcun ostacolo, né per poter cambiare ancora a piacimento la Costituzione, né per scrivere leggi come ci pare senza alcun timore che giudici comunisti vengano a mettere i bastoni fra le ruote.
E la grazia per b sarebbe solo un apostrofo rosa...

Finalmente via i "lacci e lacciuoli" e nessun "premier" sarà più costretto a lamentarsi blaterando cose tipo «sono bravissimo, ma gli altri non mi lasciano governare»!


In realtà lo stesso varrebbe per chiunque avesse dato sostegno o vicinanza al cosiddetto patto del nazareno, si evidenziano quindi i nomi di d'alema, violante e finocchiaro, per esempio, ma anche di un bersani, che le cronache di palazzo danno per attivissimo in questi ultimi giorni e finalmente pacificato con b e i suoi.

Analoghi timori avvolgono la eventuale scelta di una figura come mattarella o come quei giudici "negazionisti" che, saggi o non saggi, hanno fornito appigli, motivazioni, voti "eccentrici" e commi per accroccare quelle controriforme scritte coi piedi che oggi si cerca di far passare in tutti i modi, cancellando forse definitivamente la nostra possibilità di essere rappresentati.

A quel punto noi che si fa?
Ci mangiamo anche questa?



martedì 28 ottobre 2014

La nebbia dall'alto colle

Ancora una volta le istituzioni di questo paese calpestano i diritti dei cittadini, ma quello che sta avendo luogo ora, mentre scrivo, è un assurdo bubbone, un inguardabile frankenstein giuridico che non ha precedenti e non perché sarà la prima volta che l'inquilino del colle più alto viene ascoltato come testimone in un processo per mafia, quella è 'solo' una vergogna epocale.

Ma in questi tempi ne abbiamo collezionate tante.

Ben più bruciante e vergognoso è che ciò possa avvenire nel più sordo doppio disprezzo sia dei diritti delle difese e delle parti civili ad esercitare il loro ruolo nel processo che li vede coinvolti, sia dei diritti dei cittadini di questo paese che vedono improvvisamente cancellato il loro fondamentale diritto
  • ad essere informati di ciò che avviene in un processo pubblico;
  • a venire a conoscenza di cosa accadde in un momento nodale per la Storia del proprio paese, attraverso una testimonianza diretta di chi al tempo rivestiva uno degli incarichi pubblici più alti del nostro ordinamento e che ora siede ancora più in alto (!);
  • a valutare, anche sulla base di quel che sta avvenendo nel procedimento e di come questa testimonianza vi si inserisce, la condotta di chi quelle istituzioni incarna.

Tre violazioni sfacciate del senso stesso dell'ordinamento democratico, promosse e attuate, ancora una volta, dalla più alta istituzione di questa Repubblica, super partes per eccellenza!
Quella che la Costituzione italiana pone a garanzia dei diritti di tutti e a salvaguardia della Carta stessa, dunque della stessa integrità dello Stato che invece da tempo, in un assordante silenzio si sta adoperando per smantellare, pezzo per pezzo, esercitando pressioni che definire illecite e illegittime è riduttivo!

Bruciante è pure che questa invadenza non sia evidenziata, ostacolata, censurata da chi potrebbe e dovrebbe farlo, il potere esecutivo, che spesso invece ne è beneficiario e coprotagonista, il potere giudiziario e quello legislativo che ne sono vittime, ma talvolta anche complici!

Imbarazzante e vergognosa è poi la condotta della gran parte della stampa, specialmente quella più 'autorevole', ormai un cagnolino da compagnia del potere!
Nella prima pagina del corriere di oggi infatti della notizia della testimonianza non v'è alcuna traccia e ieri, dalle pagine del 'maggiore quotidiano italiano', è stata timidamente avanzata la richiesta della presenza di reporter ma a protezione di «prestigio e autorevolezza del supremo organo costituzionale»!!

E se a qualcuno può sembrare azzardato paragonare questa testimonianza a quella del presidente usa nel caso Clinton-Lewinsky, correttamente oggi Travaglio ricorda che il video di quell'interrogatorio all'uomo più potente del mondo fece il giro del mondo «e qualche miliardo di persone poté farsi un'idea della sincerità del presidente usa da ogni smorfia e piega del suo volto».
È probabilmente questa la cosa che più infastidisce e spaventa 're giorgio'.




È dell'altro ieri l'uscita del ministro boschi - a proposito di istituzioni che distruggono la Carta e smantellano lo Stato - su Fanfani, mentre questa vicenda a me fa pensare a un quasi omonimo, Forlani - un altro politico che messo accanto a quelli attuali pare un gigante - e a un'immagine che resterà indelebile nella mia memoria di ragazzo ma risulta introvabile.

domenica 30 giugno 2013

Un incubo (quasi) riuscito

Non è nient'altro che la soluzione più semplice.
Invece di ricominciare da zero con un altro sul colle più alto, magari una persona estranea al solito giro (non sia mai!) con cui faticosamente cercare, senza alcuna garanzia di trovarlo, un nuovo equilibrio, si è andati sull'usato sicuro, realizzando un vero monumento all'immobilismo.
Dalle chiacchiere in Transatlantico, che enrico mentana perfino alimenta e sostiene, mostrando una voglia palpabile di essere parte attiva di quell'intreccio, le Camere riunite, o meglio i noti 5-6 capibastone che la guidano, hanno infine imboccato per l'ennesima volta quei "corridoi laterali della democrazia", che li porteranno a sfogare quella voglia matta di deriva autoritaria che, pur aleggiando nei "salotti buoni" ormai da mezzo secolo, è stata bloccata ogni volta, almeno formalmente.
A votazione non ancora ultimata, parlamentari di una maggioranza prossima futura con fregola di comunicare, tornano già, come molte altre volte hanno affermato, a vestire di necessità il loro vizietto, la "tendenza" al presidenzialismo e al "superamento del bicameralismo perfetto", in modo quasi lascivo, senza alcuna vergogna.
Inizierà probabilmente con un governo amato che li accontenterà proponendo magari quelle profonde lacerazioni dell'impianto costituzionale che vanno tanto cercando, sancendo così la definitiva compromissione del suo equilibrio, e a noi verrà offerto il piatto forte di casa amato: quella dieta di lacrime e sangue che abbiamo solo iniziato a conoscere.



Questo pensavo e scrivevo il 20 aprile mentre, per la seconda volta, eleggevano napolitano.
Una volta fatto questo vecchionuovo governo, naturale conseguenza dell'improvvida rielezione, non hanno perso molto tempo in chiacchiere e minacce: circola infatti già da un po' una bozza, datata 10 giugno, per l'istituzione di un "comitato parlamentare per le riforme costituzionali" a firma letta, quagliarello e franceschini, prendendo spunto da una simile precedente bozza, datata 29 marzo 2013, a firma de poli, che voleva costituire una commissione che avesse mano libera per modificare tutta la seconda parte della Carta Costituzionale, cioè quella che riguarda l'ordinamento della Repubblica, i rapporti tra i poteri dello Stato e le garanzie costituzionali.

le due bozze

Dunque lo stanno facendo, ovviamente è nelle loro possibilità, ovviamente la Costituzione non è perfetta, anzi è migliorabile, ovviamente ci sarebbero ben altre priorità, ma se proprio vogliono cambiarla, come farlo lo dice l'articolo 138:

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

Invece nella sua bozza il senatore de poli, di "scelta civica", propone di votare le modifiche proposte tutte insieme in un unico pacchetto, invece di votarle articolo per articolo, come sarebbe logico e naturale, e pensa anche di poter riequilibrare questa grossolana forzatura, imponendo il referendum confermativo (con quorum) necessario per la promulgazione della legge anche nel caso di una sua approvazione con la maggioranza dei due terzi di ciascuna Camera.
Dunque propone di modificare la Costituzione in deroga all'art. 138, mentre appare significativo che, nella stessa bozza, egli preveda esplicitamente che per cambiare la sua creatura si dovrà invece tornare ad usare il 138!

Evidentemente tutto ciò non è sufficiente per il capo del governo che, assieme ai due ministri citati, priva la bozza de poli di un tetto massimo di spesa per il funzionamento del comitato, ne salva il resto e la "arricchisce" con quattro elementi precisi e di enorme rilevanza.
Stabilisce infatti che il comitato avrà l'esclusiva sui disegni di legge costituzionale riguardanti la seconda parte della Carta e cioè ogni altro disegno dovrà prima essere esaminato dal comitato e poi, eventualmente, armonizzato con gli altri progetti in corso.
Inoltre l'intervallo minimo tra le due deliberazioni di una stessa Camera scende da tre mesi a uno e il referendum confermativo finale andrà richiesto, non è infatti più automaticamente previsto.
Infine la novità più importante: tra le competenze esplicitamente elencate nell'art. 2 comma 1 della bozza letta, figura la revisione dei "soli" titoli I, II, III e V, verrebbe dunque risparmiato, bontà loro, il titolo IV che riguarda la Magistratura (che ad esempio ne garantisce l'indipendenza e stabilisce l'obbligatorietà dell'azione penale) PERÒ viene incredibilmente aggiunto un riferimento chiaro e netto a "i coerenti progetti di legge ordinaria di riforma dei sistemi elettorali"!


Così non solo la deroga all'art. 138 Cost. si fa ancor più evidente (al punto che la bozza è stata additata come di dubbia legittimità durante il seminario dell'AIC che si è svolto l'altroieri a Roma), ma addirittura si prova ad aggirare in questo modo vergognoso la spinosa e imbarazzante questione della riforma elettorale, provando a nasconderla in questo non richiesto, non gradito e non utile tentativo di revisione della forma di governo, magari covando la speranza di evitare o addolcire il prossimo pronunciamento della Corte Costituzionale sul "porcellum"!

In ogni caso i risultati politici e sociali saranno devastanti, se non altro in termini di tempo perso e aumento della distanza tra classe politica e mondo reale.

Ultima annotazione sul fattore tempo: il «crono-programma» scelto è accorciato in modo esasperato per garantire che la durata totale del processo (contro)riformatore sia inferiore ai famosi 18 mesi, viene dunque da chiedersi se oltre alla fretta di "portare a casa il risultato" prima possibile, svolgendo così diligentemente il compitino assegnato, c'entri qualcosa la concomitanza con la presidenza italiana del consiglio ue, che avrà luogo proprio nel secondo semestre del 2014..


PS: Il tentativo del pdl di inserire anche il titolo IV, e quindi ruolo e poteri della Magistratura, in questa revisione, in un primo momento denunciato dal pd come atto di "pirateria" e fintamente stoppato perfino dallo stesso ministro delle riforme quagliarello, a seguito della solita (dal '96 sembra non sia cambiato nulla) minaccia di far saltare tutto, riceve in queste ore il placet di "Lady Inciucio", anna finocchiaro, che intravede nel progetto di revisione un "problema di coordinamento tecnico con gli articoli del titolo IV e VI" da cui, ovviamente, segue che è la Carta Costituzionale ad essere sbagliata e, anche in quelle parti, da cambiare.

Lorsignori avranno mano libera?
Lo permetteremo?

martedì 4 giugno 2013

Difendi te stesso, difendi i tuoi diritti, difendi la Costituzione!

C'è un dato di fatto ineludibile, punto di partenza di ogni considerazione con pretese di oggettività: negli ultimi venti anni sono state ammesse al pubblico confronto democratico voci che democratiche non sono: "schiavi del profitto", "forza mafia" e "w il duce" non sono slogan ammissibili in uno stato di diritto che si fondi su una Costituzione come quella di questo paese.
Quelle voci sono invece state prima tollerate, poi assecondate, infine riconosciute come parte dell'agone politico e dunque ammesse a ricoprire responsabilità istituzionali.

L'unica effettiva innovazione portata da ciò che viene usualmente chiamato "seconda repubblica" è proprio l'aver "sdoganato" queste posizioni che non avrebbero mai dovuto ricevere legittimità alcuna!
E quella che molti si azzardano a chiamare "evoluzione", nel passaggio tra la prima e la seconda, è semplicemente l'abbattimento di questo baluardo di garanzia democratica (ditemi voi che tipo di persona potrebbe rallegrarsene..) e l'inserimento, via via sempre meno implicito e sempre più ingombrante, a comprimere tutto il resto, di questi indegni, illegittimi e incivili punti di vista che hanno ben presto inquinato il dibattito politico pubblico, con l'ovvia conseguenza di distrarlo dalla sua funzione naturale: il bene della collettività.

Mi piace infatti pensare che non sia un caso se proprio tra i due principali doveri dei cittadini di questo paese, cioè la richesta inderogabile di «solidarietà politica, economica e sociale» e quella di «svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società», i Padri costituenti hanno voluto esplicitare con precisione i doveri delle istituzioni: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»

Basta dunque la lettura dei primi quattro articoli della Costituzione per capire quanto potrebbe essere socialmente solida la democrazia in un paese che volesse attuarla facendosi garante dei diritti in essa contenuti! E non sto parlando di un favore, ma della più alta delle leggi!

L'impianto democratico, per garantire i diritti di tutti, deve difendersi da chi democratico non è, da chi, ancora e sempre, vuole e attua modelli di sopraffazione e sfruttamento dell'uomo, da chi toglie un diritto per poi magari concederlo come favore, oggetto di ricatto.

Queste difese non hanno, evidentemente, funzionato bene, soprattutto per la responsabilità di chi doveva vigilare e non l'ha fatto, ma ora tutto minaccia di crollare sotto il peso delle continue, ma in questi giorni più pesanti e spudorate pressioni che, nel più assoluto spregio dello spirito della Carta, mirano a un cambio radicale nella forma di governo e a una rottura definitiva dell'equilibrio tra i poteri dello Stato.
Questo mentre il Paese è sull'orlo del baratro economico, sociale e culturale.

Un tale tentativo di manomissione degli equilibri istituzionali è la spia di una testarda volontà di una svolta autoritaria che, emersa esplicitamente per la prima volta nel 1980 con craxi e amato, affonda però le sue radici in un passato ben più remoto e su cui non è stata fatta ancora sufficiente chiarezza, a troppi non conviene.
Questa spia ci segnala che quella volontà non si arrende e anzi coglie questo momento di debolezza, distrazione e confusione per sferrare il suo attacco più insidioso.

Mentre anche il peggiore Presidente della Repubblica della nostra Storia guarda e non favella, ma vuole tutto fatto entro 18 mesi.
Ora sul presidenzialismo ha messo su una maschera di "neutralità" (come se di fronte alla violenza di questi attacchi la neutralità non fosse una colpa grave..), dopo un primo settennato in cui si è invece attivato, strabordando dal suo compito, nel dare copertura e assistenza a chi ha cercato in ogni modo di abbattere la garanzia dei diritti di tutti, noi non possiamo farci trovare disattenti o impreparati, la Costituzione ha bisogno di te, perché..


La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé.
La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.
Piero Calamandrei